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69665298 2563918800600651 3681656381426892800 nSe l’onorevole Morgari non poteva aver fiducia nel governo che accomodava le indagini scaturenti dalle interrogazioni parlamentari, come potevano averne nelle istituzioni i cittadini noceresi che, sostenuti dal vigore ideologico del nuovo leader, combattevano l’aspra battaglia contro il latifondo.

Del resto, a rileggere un po’ Giustino Fortunato e i grandi intellettuali della ‘Questione meridionale’ il peso dell’arretratezza risiedeva proprio in questo: nel fatto cioè che i baroni non si erano rimboccati le maniche come al Nord, reinventandosi imprenditori; ma continuavano a spremere le popolazioni locali ormai esauste, più della scura sansa dei loro trappeti!

Ha perfettamente ragione il fiorentino Romolo Caggese secondo il quale nei primi decenni del ‘900 il Mezzogiorno appariva come uno ‘sfasciume pietroso’! In cui nulla di buono più poteva attecchire, anche se a Nocera forse una speranza in più c’era. Lo hanno dimostrato – se ve ne fosse bisogno – le parole del deputato piemontese riportate nella scorsa puntata, lo racconteranno le carte (una per la verità) alla fine di questo pezzo a riprova che la lotta non era stata interrotta e quelli furono anni densi di avvenimenti. Il dibattito politico fu aspro e tra fazione borghese/aristocratica e opposizione popolare continuò senza sosta sino al progressivo raggiungimento degli obiettivi che il nuovo corso ‘rivoluzionario’ si era prefisso. Quando, cioè, le coscienze sarebbero state totalmente stravolte e il latifondo definitivamente (o quasi) abbattuto.

Ma per la scomparsa del latifondo si dovette attendere perché la nefasta parentesi del Ventennio frustrò i sogni liberatari dei cafoni terinesi (e quelli dei tanti cafoni di Calabria). Bisognò attendere nuovi leader e nuovi slanci ideali, alla fine del secondo grande conflitto mondiale, per ravvivare quella lotta che la violenza squadrista aveva imbavagliato ancora (ma forse ancora oggi nuove perniciose forme di latifondo si stanno imponendo e nessuno ci fa più caso).

Se dovessi individuare un episodio attorno al quale ricostruire l’identità nocerese non avrei alcun dubbio! Sceglierei questi primi moti per la conquista della terra per la loro linearità, per la prorompente dinamica che hanno avuto non solo come reazione alle vessazioni che promanavano dagli ultimi residui del feudalesimo, ma anche per la risposta immediata e solidale in tempo di calamità che non sviò il penetrante sguardo del movimento appuntato sulla necessità perequativa di un ordine sociale nuovo.

Chi fa storia lo sa bene: gli eventi sono figli delle idee e le idee sono figlie del tempo. E quello di cui si sta parlando è il tempo della grande fame, di una povertà annichilente acuita dalla forza destruente di ben due sismi che a distanza di 3 anni hanno gettato nello sconforto la popolazione locale e, praticamente, distrutto gran parte del paese. Le cronache ufficiali ci parlano principalmente dei monumenti, ma una penna fine e una coscienza vigile come quella dell’Arciprete Pontieri si spinge oltre e con pochi, ma essenziali, tratti delinea i contorni di una tragedia inenarrabile: «Tutte le altre case di Nocera, fuori di quelle che crollarono, restarono gravemente lesionate e più particolarmente quelle che sono rivolte verso il fiume Grande». Era la notte dell’8 settembre 1905. E il 28 dicembre di tre anni dopo (1908) un brivido freddo di terrore percorse nuovamente i noceresi: nuove crepe si aprirono in quelle mura, nuove e profonde fenditure ne laceravano gli animi ma non le coscienze.

Dal 1905 qualcosa di nuovo e incredibilmente affascinante, infatti, stava accadendo in paese. Un fremito di novità lo stava attraversando. E questo aveva ravvivato il confronto politico e, forse per la prima volta, il partito di maggioranza (borghese/aristocratico) era fronteggiato da una valida opposizione popolare.

Tutto questo stava accadendo dopo che le ultime picconate avevano portato al paese una civiltà nuova grazie alla carrozzabile che dal Fiume Bagni saliva per Martirano-Conflenti, riconnettendosi all’altezza di Fangiano con l’altra carrozzabile che saliva dallo scalo marino, quella – per intenderci – che il cavallo di Don Pietro Maria (del romanzo Pane Nero) percorre riportando a Nocera Michele, di ritorno da Napoli. E se storia e letteratura, ancora una volta, si intrecciano un motivo ci sarà.

Lo storico transalpino Joseph Bédier ha scritto che «Au commencement était la route» e, sulla strada, insieme agli uomini, viaggiano le merci ma, soprattutto le idee. E sulle nostre strade a inizio ‘900 viaggiavano idee progressiste e libertarie.

Del resto che la civiltà arrivasse, insieme ad altro, nei paesi dell’entroterra calabro nel primo ventennio del XX secolo è certificato da una memorabile pagina narrativa di un grande calabrese, Corrado Alvaro che nel suo Gente in Aspromonte a proposito di San Luca, così scrive: «Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina… i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro… Ma per poco ancora. Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

Alvaro dimostra di saper cogliere tutte le novità e i segni di trasformazione che quel mondo stava vivendo. Segni che erano visibili nel passaggio delle strade, nell’estendersi dell’istruzione, nell’emigrazione che aprì nuovi orizzonti a tanti calabresi e che certamente migliorò le condizioni economiche della regione. E, a Nocera, c’era qualcosa in più: la lotta dei contadini per la libertà che coincideva con la volontà di ritrasformare quella pietraia arsa (che era la regione) nel paradiso terrestre stigmatizzato molti secoli prima da Brunone di Colonia all’amico prevosto di Reims, Raoul il Verde: «Abito in un eremo situato in Calabria, e da ogni parte molto lontano dalle abitazioni degli uomini (…). Come posso parlarti adeguatamente di questo luogo, della mitezza e salubrità del clima e dell’ampia e bella pianura che si estende lontano tra i monti e racchiude praterie verdeggianti e pascoli smaltati di fiori? Come descriverti l’aspetto delle colline che dolcemente si elevano all’intorno e il recesso delle valli ombrose con l’incanto dei numerosi fiumi, dei ruscelli e delle fonti? Né mancano orti irrigui e svariati alberi fruttiferi».

Ma così non fu: ecco gli ulteriori fatti.

L’acredine tra il partito di governo e l’opposizione doveva essere abbastanza accentuata se il 17 dicembre 1908 il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno relazionava al Re sulla necessità di promuovere scioglimento del consiglio comunale di Nocera, di cui gli sottoponeva il decreto per la firma. Non erano poi tanto campate in aria le denunce ricordate nell’articolo precedente e certo non doveva respirarsi un’aria tranquilla nonostante la ieraticità di quegli uomini ripresi in piazza in una di quelle tante anonime domeniche di inizio secolo da qualche fotografo di passaggio. Immagini che sono state consegnate alla storia attraverso cartoline che da Nocera hanno raggiunto tutti gli angoli del globo.

C’era il fuoco vivo che covava sotto la cenere che ogni tanto esplodeva in pericolose agitazioni come l’occupazione della piazza che aveva prodotto nel luglio del 1907 un grave fatto di sangue.

Le elezioni dell’agosto successivo non modificarono il quadro politico locale, anzi permanevano le «notevoli scissure» favorendo lo stato di confusione amministrativa che conduceva ad un tracollo finanziario dell’ente e alle dimissioni dei nuovi eletti, paventandosi un pericoloso, e potenzialmente esiziale, scontro in seno alle fazioni politiche borghesi.

Le finanze dell’azienda comunale erano dissestate, i servizi inesistenti, la popolazione in fermento e l’organizzazione dei partiti completamente saltata.

Ecco perché per risolvere la situazione, nel dicembre 1908, si pensò di sciogliere il menomato Consiglio Comunale e procedere alla nomina di un regio commissario prefettizio nella persona del signor cav. dott. Giacomo Plunkett chiamato a mettere ordine nelle carte. Ma che, inaspettatamente, lasciò l’incarico dopo circa un mese.

Si tratta di una decisione di cui si ignorano ancora oggi le ragioni anche se la scelta del funzionario appare per lo meno bizzarra. Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett proveniva da un’analoga esperienza commissariale in Sicilia (a Lentini). E anche in quel caso non si era distinto per iniziativa ma soprattutto aveva difettato in coraggio se, come scrive Ferdinando Leonzio, «sia per la divisione persistente tra le consorterie borghesi, che per il timore di un’avanzata del gruppo socialista, …, esitò parecchio prima di indire nuove elezioni».

A Nocera, infatti, il 7 gennaio 1909 venne nominato regio commissario il sig. Damiani Giuseppe con l’onere di gestire la crisi e indire nuove elezioni. Elezioni che, secondo i dati raccolti dal compianto Ignazio Ventura, videro eletto dapprima Adolfo De Luca (1909) e, successivamente ma sempre nello stesso anno, Ventura Silvio di Eugenio poi rimasto in carica sino al 1913.

Cosa avvenne in quegli anni lo scopriremo insieme nelle prossime puntate.

 

 

Gazzetta Ufficiale del Regno n. 23 del 28 gennaio 1909.

Relazione di S. E. il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri a S. M. il Re, in udienza del 17 dicembre 1908, sul decreto che scioglie il Consiglio Comunale di Nocera Terinese (Catanzaro).

Sire!

Nel Comune di Nocera Terinese le lotte vivacissime tra i partiti locali hanno dato luogo, negli ultimi tempi, ad agitazioni e tumulti, e nello scorso luglio anche ad un grave fatto di sangue.

Dalle elezioni generali del 16 agosto, necessarie per le dimissioni dell’intero Consiglio, si astenne il partito dell’amministrazione; notevoli scissure però si manifestarono ben tosto tra i nuovi eletti, i quali non tardarono a rassegnare il mandato.

Rinnovare le elezioni a così breve distanza dalle precedenti, sarebbe oltremodo pericoloso per l’ordine pubblico.

Occorre, invece, come ritenne il Consiglio di Stato, in adunanza delli 11 corrente, che, mediante una straordinaria gestione sia provveduto alla sistemazione della finanza e al miglioramento dei servizi, secondo i risultati di due recenti richieste, e sia addotta la calma nella popolazione affinché possano i partiti organizzarsi al solo intento del bene inteso interesse dell’azienda.

Mi onoro pertanto di sottoporre all’augusta firma di Vostra Maestà lo schema del decreto che scioglie quel Consiglio.

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri;

Visti gli articoli 316 e 317 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato con R. decreto 21 maggio 1908, n. 269;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

Il Consiglio comunale di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, è sciolto.

Art. 2

Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett (1) è nominato commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale ai termini di legge.

Il Nostro ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 17 dicembre 1908.

VITTORIO EMANUELE                                                                                                                                                                                                                                                  GIOLITTI.

__________________

(1) Con R. decreto 7 gennaio 1909 è stato nominato regio commissario per il comune di Nocera Terinese il sig. Damiani Giuseppe, in sostituzione del cav. Dott. Giacomo Plunkett.

Per approfondire le tematiche che sottendono l’ordito narrativo del racconto Pane Nero parso opportuno pubblicare le fonti di quegli eventi, la cui portata epocale stava trasformando il piccolo e lacero paese in avamposto libertario per il proletariato calabro d’inizio Novecento.

Casa ValleQuelle stesse carte che, abbastanza chiaramente, dicono che non si sia trattato di proteste estemporanee o di episodi isolati e senza alcuna pretesa. Ma la regia ideologica del movimento nocerese, curata da Michele Manfredi, aveva prodotto la radicalizzazione dell’anelito libertario paesano, prima percepito soltanto con la politicizzazione associativa che stava riguardando progressivamente ampi segmenti delle attività produttive, col sostegno (indiretto, s’intende) della Chiesa locale attraverso la reviviscenza del movimento confraternale. Presto convertitosi nel laicismo delle Società operaie di mutuo soccorso.

Il terreno è assai magmatico e la realtà degli scontri sociali molto complessa e spesso anche contraddittoria. Neppure la vicenda del movimento operario può essere liquidata con poche battute, a fronte del vivace dibattito storiografico che ne ha caratterizzato la discussione, specie negli ultimi tempi. Tuttavia questi pochi cenni introducono la questione nocerese che, in un certo senso, è atipica rispetto alla maggior parte delle forme di lotta coeve. Perlomeno per la sua elaborazione ideologica.

Del resto l’impostazione laicistica del movimento si coglie appieno nel profilo dell’ideatore il quale, confrontandosi con le istituzioni del territorio, in particolare quelle religiose evidentemente in combutta col potere politico dominante, non lesinava aspri giudizi sulla loro condotta morale e politica: «Che si sia smarrito il sentimento religioso è pur vero. Ma permettetemi di dire, don Francesco, che la prima a smarrire tale sentimento è stata la chiesa militante, che non ha saputo o, meglio, voluto ricevere il messaggio di Cristo».

Parole di straordinaria efficacia, oltre che di grandissima attualità, sono quelle che Michele Manfredi Gigliotti mette in bocca al protagonista del racconto, pronunciate proprio alla vigilia della ‘rivoluzione nocerese’ di inizio Novecento, durante il confronto con l’arciprete del paese: parole che fanno gridare allo scandalo e alla blasfemia e che mandano in frantumi un mondo assai perbenista in cui il privilegio classista sembra essere l’unica ragione di vita.

Se le fonti interne hanno inteso ‘mitizzare’ quella vicenda tanto da consegnarla alla letteratura, gli antagonisti cercavano di sminuirne la portata, come dimostrano le carte prodotte in parlamento dove il nome di Nocera rimbalzò, finendo sulla scrivania e nei pensieri dei grandi statisti del tempo, non ultimi quelli di Luigi Facta il ‘giolittiano dalla personalità sbiadita’, sottosegretario (ministro) degli interni nella XXII legislatura del Regno d’Italia, durante il terzo Gabinetto Giolitti.

E non poteva essere altrimenti: l’indocilità di Nocera, anonimo paese del meridione, condita da episodi di violenza contrastava con gli interessi del governo liberale il quale, proprio in quel 1907, si apprestava al varo di una legge per la statizzazione delle spese obbligatorie per i servizi pubblici. Promessa da circa un ventennio e sino ad allora non ancora realizzata. Una riforma importante che prevedeva anche l’estensione della cassa di previdenza per le pensioni ai dipendenti delle amministrazioni provinciali, dopo che nel 1904 era stata istituita a favore dei soli dipendenti comunali.

Per di più c’era da affrontare la grana della ripartizione dei seggi provinciali tra mandamenti in crescita demografica e mandamenti in forte decremento, risolta soltanto col varo, l’anno successivo (1908), di una legge di riforma (la n. 721) che semplificava il procedimento di elezione e ne riduceva le spese evitando così, secondo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio dei Ministri stesso, le agitazioni e le asprezze delle lotte elettorali, nelle quali evidentemente erano ricomprese anche quelle noceresi i cui eccessi violenti si erano macchiati di sangue!

Dei fatti di Nocera si discute in tre distinte sedute della Camera dei Deputati: quella del 30 aprile 1907, poi il 3 maggio successivo e, infine, in quella del 6 maggio, senza tuttavia addivenire a determinazioni per le quali, come si vedrà in un articolo successivo, bisognò aspettare ancora qualche tempo.

La voce interrogante è quella di Oddino Morgari (1865-1944) deputato torinese, giornalista e socialista della prima ora, che incalza Facta proprio sui fatti di Nocera. Il motivo è lampante: un intransigente socialista come lui, oltre ad essere sensibile alla tematica, non può lasciarsi sfuggire l’opportunità di attaccare le posizioni dell’accomodante ‘deputato’ locale. Questi, infatti, parente di tutti i componenti del partito di maggioranza, per perpetuarne il sopruso, avrebbe pilotato financo le visite ispettive ministeriali.

Alle rimostranze di Morgari si oppone il pragmatismo di Luigi Facta tendente a minimizzare, forse un po’ troppo, l’accaduto tenendosi lontano dall’analisi dei fatti violenti. Del resto non fa neppure mistero di disconoscere luoghi e personaggi, nonostante ostenti sicurezza nell’imputare gli eccessi all’animo sanguigno dei meridionali, erede di un preconcetto addirittura medievale per il quale la Calabria era, sin d’allora, un paradiso abitato da diavoli assetati di sangue!

La discussione, a tratti stucchevole, riflette i temi del rivendicazionismo socialista di quegli anni a scapito delle posizioni liberali. A livello locale, tuttavia, si combatteva e si protestava per un pezzo di pane e non per un astratto ideale politico, peraltro dibattuto da chi il pane lo aveva già! I moti di Nocera avevano un sapore diverso, incarnavano e amplificavano pienamente quegli ideali socialisti. Una situazione ben compresa da Morgari che ne aveva intuito anche la portata prorompente se, naturalmente, ben guidato.

Ma veniamo ai fatti per come sono raccontati nei documenti.

Nella tornata del 30 aprile 1907 il deputato torinese presenta tre interrogazioni al ministro dell’interno. La seconda riguarda proprio Nocera, così formulata:

«Il sottoscritto chiede di interrogare il ministero dell’interno circa le pericolose tensioni d’animi in Nocera Terinese, causata dal malgoverno di quell’amministrazione comunale» (Morgari).

In quella seduta Facta riesce risponde soltanto alla prima interrogazione sui contadini e i fatti di Montemilone (3 maggio 1907).

Al termine della seduta il presidente annuncia che Morgari aveva ritirato le restanti interrogazioni, per aggiornarne la discussione in quella successiva.

Così, nella tornata del 6 maggio successivo:

«PRESIDENTE: Viene ora la interrogazione dell’onorevole Morgari al ministro dell’interno «circa la pericolosa tensione d’animi in Nocera Terinese, causata dal malgoverno di quella amministrazione comunale». L’onorevole sottosegretario di Stato per l’interno ha facoltà di rispondere a questa interrogazione.

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: L’onorevole Morgari, certamente per un’altissima coscienza del suo dovere parlamentare, si è abbandonato da qualche tempo ad una vivace attività riguardo ai piccoli comuni meridionali. Cosicché in questi ultimi tempi parecchie volte io sono stato chiamato a rispondere ad interrogazioni sue concernenti le amministrazioni di questi piccoli comuni. Io veramente non so se l’onorevole Morgari li conosca. (Ilarità).

MORGARI: E lei?

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: Io no, lo confesso (Risa generali). Non li conosco troppo, ma ho quelle informazioni precise che sarebbe opportuno avesse lo stesso onorevole Morgari. Perché che cosa avviene nei comuni specialmente designati dall’onorevole Morgari? Le solite lotte vivacissime fra i partiti, fra quello al potere e quello che ci vorrebbe arrivare: vivacità d’altronde naturale e spiegata dall’indole stessa, più ardente, delle popolazioni, facili ad essere accesi da potenti

passioni. Naturalmente il partito che non è al potere tenta di scavalcare quello che ci sta e per questo, quando non bastano le lotte, si ricorre alle dimostrazioni, e quando queste non approdano, si ricorre anche a dei chiassi smodati, ed esaurito tutto questo repertorio si scrive anche una lettera all’onorevole Morgari, il quale presenta una interrogazione alla Camera. (Ilarità). Così tutti questi fatti giungono alla Camera sotto la forma imponente di una interrogazione, la quale fa supporre che in quei comuni tutto vada per la peggio, che continui siano i disordini e che l’arbitrio faccia man bassa su tutto e su tutti. Allora il Governo, che deve naturalmente occuparsene, è obbligato a studiare condizioni così anormali che vengono denunziate al Parlamento, e deve subito prendere informazioni precise, se non altro per rispondere adeguatamente alle interrogazioni dell’onorevole Morgari. Ma che cosa risulta il più delle volte da queste precise informazioni? Risulta che quasi sempre tutto si riduce alle lotte faziose, partigiane, vivacissime le quali, in fin dei conti, non derivano che da piccoli disordini amministrativi cui immediatamente si può mettere riparo con il semplice intervento dell’azione governativa. Io quindi prego l’onorevole Morgari, il quale certamente deve avere informazioni numerose e minute (debbo desumerlo dal numero delle sue interrogazioni), lo prego, dico, di volere ben vagliare l’attendibilità delle informazioni stesse. Perché io non dubito punto della completa buona fede di lui nel denunziare fatti, che possono alcuna volta avere anche delle apparenze di gravità; ma dico che molte volte, se egli vorrà ben vagliare le sue informazioni, vedrà che in fondo i fatti si riducono a ben poca cosa nel loro complesso: e questo lo dico anche come preambolo all’altra interrogazione su cui dovrò rispondere oggi stesso, la quale riguarda precisamente il comune di San Paolo di Civitate. Perché anche per questo comune si verifica appunto il fenomeno di lotte acutissime tra partiti, con accuse di disordini amministrativi, che, secondo la denunzia, avrebbero nientemeno che la forma di veri e propri reati. Ebbene, fu fatta immediatamente un’inchiesta, sì rividero minutamente tutte le operazioni amministrative del comune, ma io posso annunziare alla Camera che in Nocera Terinese le cose non sono affatto come si sono denunziate. Qualche piccolo inconveniente si è verificato più che tutto per l’ignoranza degli amministratori, ma i fatti non hanno assunto davvero una gravità eccezionale. Onorevoli colleghi, bisogna considerare che in molti comuni meridionali manca la possibilità di far camminare rigorosamente l’azienda comunale, e naturalmente bisogna rassegnarsi e concludere che da quelle povere amministrazioni si fa quello che si può; ma non si può esigere troppo: e d’altra parte gli inconvenienti verificatisi sono di tal natura che si potevano con un’opera pronta ed energica, immediatamente riparare, e ciò fu fatto. Ma io voglio dare anche un’altra soddisfazione all’onorevole Morgari, e voglio dimostrargli quanto il Governo si sia interessato di questo stato di cose. Ed aggiungo, a titolo di notizia, che gli tornerà gradita, che, essendo stata compiuta un’inchiesta dal nostro ispettore Zanon, uno dei più distinti funzionari del Ministero dell’interno, si mise in poco tempo riparo agli inconvenienti che erano stati denunciati. E siccome ella, onorevole Morgari, presentando la sua interrogazione, ha lasciato supporre che non tutti i servizi avessero ripreso il loro corso, e che non tutte le cose fossero rientrate nella legalità, furono date disposizioni immediatamente perché un altro funzionario si recasse in quello stesso comune, e vi facesse le più minute indagini ed ispezioni, ed io ho l’onore di dirgli che fino da ieri questo funzionario è partito. Vedremo che cosa recherà di nuovo, ma ritenga l’onorevole Morgari che, se si deve badare al cumulo di notizie finora raccolte, ci troviamo di fronte ad uno di quei fatti che, per se stessi possono parere importanti quando sono portati alla Camera, ma quando sono accuratamente esaminati, dopo tutto non sono tali quali l’onorevole Morgari, con un pessimismo che gli fa onore, viene a denunziare alla Camera.

PRESIDENTE: Onorevole Morgari, ha facoltà di parlare per dichiarare se sia sodisfatto.

MORGARI: L’onorevole Facta non è stato in quei comuni, di cui parlo. Non so però se 1’onorevole Facta abbia visitato il Mezzogiorno e conosciuto da vicino la vita amministrativa di quella parte d’Italia. Poiché, se egli avesse percorso il Mezzogiorno, od avesse almeno prestato orecchio alle voci che vengono di là, saprebbe che nel Mezzogiorno in genere non si applica la legge da nessuno, in nessun caso... (Denegazioni) che tutti i cittadini sono o sopra la legge o sotto la legge.

APRILE: Non è vero, sono esagerazioni!

MORGARI: Vi sarà dell’esagerazione in ciò che dico, lo riconosco...

SANTINI: Con che diritto lei gitta un’ombra sinistra sopra intere provincie?

MORGARI: ...ma è pur vero che i funzionari di pubblica sicurezza, i magistrati, i prefetti non applicano la legge e che la più grande rivoluzione politica, amministrativa ed economica, che si potrebbe introdurre nel Mezzogiorno, sarebbe puramente e semplicemente l’applicazione della legge. E questo che io dico è cosa nota, notissima, nonostante le proteste di alcuni deputati per l’onore della regione...

MOLTE VOCI: No, per la verità.

MORGARI: ...e la colpa ne va attribuita al Governo; e non soltanto a questo Governo, poiché sarebbe ingiusto riferire a questo Governo più che ad un altro la responsabilità di uno stato di cose che ha radici nella storia, nella geografia e nel clima perfino, in tutte le vicende storiche di cui nessuno è responsabile; come sarebbe ingiusto ch’io mi attribuissi il merito di rilevarle, perché se fossi nato là, mi assocerei probabilmente a quelli che protestano.

SANTINI: Non la avrebbero eletto deputato.

MORGARI: Orbene ho presentato questa interrogazione, pur non conoscendo con precisione i fatti, solamente per richiamare l’attenzione della Camera su questo grave problema della correttezza amministrativa nel Mezzogiorno. Prima di provvedimenti economici e finanziari, occorre nel Mezzogiorno l’applicazione della legge, occorre che il Governo, ente astratto (ché, a differenza di alcuni colleghi della mia parte politica, non mi riferisce al Governo presente) che ha la responsabilità di ciò; occorre, dico, che il Governo sappia liberarsi da quel circolo vizioso spaventevole, al quale non si vede ancora rimedio e che consiste nel legame della amministrazione con la politica, del Governo col deputato, del deputato coi funzionari del Governo, e di questi funzionari con le camarille locali. Questa è la condizione di cose di cui mi do pensiero e delle quali l’amministrazione di Nocera Terinese non è che un episodio qualsiasi. Richiamo perciò l’attenzione dell’onorevole Facta su questa circostanza: che difficilmente, per quanta sia l’eccitabilità naturale di quelle popolazioni, difficilmente può avvenire una campagna così continuata come quella che avvenne a Nocera Terinese, e che si verifica dal 1905. Nel 1905 fu inviato là un commissario che tentò di rimettere in carreggiata quella amministrazione, ma 1’amministrazione stessa, quella che era stata sciolta, fu rieletta, e si tornò alle medesime condizioni di prima. La lega dei contadini, ora è un anno, iniziò una campagna di reclami, la quale però non approdò. Nel gennaio del corrente anno la lega iniziò allora una forma più vivace di protesta testa, la dimostrazione, e questa forma finì, per trascinare dietro la lega tutta la popolazione. Il prefetto di Catanzaro ordinò allora un’inchiesta che parve fatta sul serio; ma a questo punto intervenne l’ispettore centrale del Governo, il quale, vedi caso, è amico intimo, mi si riferisce, del deputato locale...

Ciliegio

MOLTE VOCI: Chi è? chi è?

MORGARI: Il deputato locale poi è parente di quasi tutti quei consiglieri, e pare che il funzionario del Governo abbia fatto comprendere a persone del luogo che aveva le mani legate. (Interruzioni - Rumori). Avvenne allora una protesta, ed avvenne in una forma assai più grave, quella di uno sciopero generale; ed allora il Governo provvide, mandò cioè là dei carabinieri, e la popolazione murò l’ingresso di quel municipio. Ora io non credo che l’effetto delle sobillazioni di una parte che non è al potere arrivi anche a questo, che nella sua tangibilità è sintomatico, di murare l’ingresso del municipio. Io prendo atto, ciò nonostante, delle dichiarazioni dell’onorevole Facta che un altro commissario sia stato inviato, e mi auguro che questo funzionario provveda effettivamente a ristabilire la legalità. (Commenti).

 

PRESIDENTE. Segue un’altra interrogazione dell’onorevole Morgari al ministro dell’interno «circa l’amministrazione comunale di S. Paolo di Civitate». L’onorevole sottosegretario di Stato per l’interno ha facoltà di rispondere a questa interrogazione.

FACTA, sottosegretario di Stato per l’interno: Io potrei rispondere, poco su, poco giù, quello che ho detto prima rispondendo alla precedente interrogazione. Di fronte alla denunzia fatta dall’onorevole Morgari, si ebbe cura di guardare diligentemente in quella amministrazione, ed ho qui i rapporti, nei quali, dopo aver fatto cenno di fatti lievissimi che proprio non hanno nessuna importanza, si dice che immediatamente vi venne posto riparo, e che quel comune continua a funzionare benissimo. Cosicché quegli inconvenienti, che pure potevano apparire gravi, si vide poi al fatto che non avevano gravità. Del resto comprendiamo questa discussione in pochissime parole. Creda, l’onorevole Morgari, che il Governo non ha nessun interesse di mandare funzionari i quali mettano in tacere quello che avviene nelle amministrazioni locali; noi vi mandiamo i migliori funzionari, quelli che hanno percorso una carriera che è garanzia della più serena obbiettività e di alta coscienza del proprio dovere. Li mandiamo perché riferiscano obbiettivamente tutto quello che vedono, per potere immediatamente riparare a tutti i mali che possano rilevare. È questo, creda, onorevole Morgari, il sentimento che ha il Governo, il sentimento che hanno i funzionari e mi permetto di dire anche i rappresentanti politici di quei collegi, i quali, venendo qui fra noi, sarebbero i primi a sentire la vergogna di amministrazioni le quali non funzionassero regolarmente, e sarebbero i primi a denunziarle. Io devo qui rendere giustizia a questo sentimento, perché ogni giorno io vedo appunto come al Ministero giungano da questi nostri colleghi le denunzie dei più piccoli fatti onde porre un argine a questo che potrebbe essere un danno grave. (Bene! - Commenti). Il sentimento del dovere, lo ripeto, è comune tanto al Governo che ai nostri onorevoli colleghi, ed io voglio invitare l’onorevole Morgari ad avere anche lui un po’ di fiducia e ad ispirarne un po’ in quelle popolazioni che ne hanno tanto bisogno. (Approvazioni - Commenti).

PRESIDENTE: L’onorevole Morgari ha facoltà di dichiarare se sia sodisfatto.

MORGARI: Non posso avere alcuna fiducia... (L'oratore aggiunge altre parole che l’onorevole Presidente, dopo avere invitato invano l’oratore stesso a ritirarle, ordina agli stenografi di non raccogliere)».

(continua)

Re: «Qual è il più lungo giorno che ci sia?».

Bertoldo: «Questo che si sta senza mangiare».

Il giorno più lungo che ci sia è quello in cui non si ha né pane né companatico: di solito qualche cipolla, come ben descrivono le antiche cronache monastiche!

Secondo la tradizione pane nero e pane bianco stigmatizzano una complessa stratificazione sociale, quella che il nostro compaesano, Michele Manfredi Gigliotti, circa mezzo secolo fa, consegnava alla memoria collettiva in un ‘racconto storico’ ambientato nella Nocera di inizi Novecento e che vedeva protagonista l’allora giovane nonno.

Pane neroI fatti narrati da Manfredi Gigliotti sono realmente accaduti e la loro eco è arrivata sino a noi, oltre che per il bel volume, anche per i racconti, quelli che si consumano attorno al desco familiare e che vedono protagonisti i nonni: una memoria da conservare e valorizzare.

Anche Michelino, come lo chiamano affettuosamente familiari ed amici, ha sicuramente appreso questi racconti dalla viva voce del protagonista prima di tradurli, con sicuro metodo e con puntuale studio filologico della coeva documentazione, in una storia semplice ma efficace che fa rivivere le vie del borgo, i suoi rumori, gli odori, i personaggi in un nostalgico ma sempre attuale affresco.

La Nocera delineata da Michele Manfredi Gigliotti è uno dei tanti anonimi paesi poveri della Calabria di quegli anni. E, allo stesso tempo, una terra dignitosa fatta di gente onesta e laboriosa che si guadagna un tozzo di pane nero lavorando nei campi del Marchese, il feudatario locale, che (Padreterno di paese) esercita l’ancestrale potere di decidere la sorte di tutti e di ciascuno insieme al ‘suo’ consiglio dei nobili.

A scorrere quelle pagine, dense di ricordo, ritorna alla mente nella donna che grida la malanova e nelle imprecazioni di Mondo ingannatrice la complessità sociale descritta da Ignazio Silone in Fontamara: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito». E ancora l’immagine della donna che schiaccia i pidocchi dei figli sul vignano di casa evoca ancora motivi siloniani: «Cristo andava avanti con una grande bisaccia sulle spalle; dietro gli andava il papa, che aveva il permesso di prendere dalla bisaccia qualunque cosa che potesse giovare ai cafoni. I due Viaggiatori Celesti videro in tutti i villaggi la stessa cosa, e che altro potevano vedere? I cafoni si lamentavano, bestemmiavano, litigavano, si angustiavano, non sapevano che cosa mangiare né vestire. Allora il papa si sentì afflitto nel più profondo del cuore, prese dalla bisaccia una nuvola di pidocchi di una nuova specie e li lanciò sulle case dei poveri dicendo: “Prendete, o figli amatissimi, prendete e grattatevi. Così nei momenti di ozio, qualche cosa vi distrarrà dai pensieri del peccato”.».

Così è Nocera, fino a quando l’arrivo in paese di Michele, rompe il monotono ritmo della quotidianità: dei monelli che prendono a calci uno dei tanti porci liberi per  strada o del cafone sfatto dal caldo sole della Marina che si lascia trascinare appeso alla coda dell’asino!

Michele è un giovane laureato in Giurisprudenza che, dopo aver conseguito la laurea a Napoli, torna per un breve periodo di riposo a casa, per riabbracciare i cari e prospettare loro i progetti per il futuro. Chiaramente lontano dal paese che non ha niente da offrirgli, insieme all’amico di sempre, Nicola Caligiuri.

Michele, però, torna da Napoli con una coscienza nuova, formata tra i banchi universitari, i centri di cultura dell’antica capitale del regno e le sue numerose istituzioni culturali. Torna con idee libertarie e progressiste che cozzano sin da subito con quell’ambiente sudicio che puzza di miseria. L’ambientazione della narrazione riflette, amplificandolo, il malessere sociale degli anni della ricostruzione post terremoto del 1905.

Ad accoglierlo alla stazione del paese c’è il padre, Don Pietro Maria, che sogna per il figlio il posto in un ‘grande’ studio legale nella vicina Nicastro o a Catanzaro, dove i principi del foro discettano di questioni giuridiche. Ma Michele è subito distratto da altro.

Nel suo petto ardono gli ideali nobili della lotta di classe, della libertà, del lavoro, disatteso dalle meschinità del signorotto locale che ha trasformato tutti in schiavi, anzi in servi della gleba e che, con la sua banda di nobili, li costringe persino ad indebitarsi presso la loro cooperativa ‘Industriale’. È veramente un mondo ingannatrice, quello che gli si prospetta davanti quando, ricongiuntosi agli amici d'infanzia, intuisce che quel popolo oramai ha perso financo la speranza. E insieme ad una banda di scalmanati decide di fare la rivoluzione. Al suo fianco può contare Malocchio e Carlo Iomine che insieme a don Vincenzo Forestieri, antico e decaduto nobile e ora pittore e organista della Chiesa di San Giovanni, sono vittime di quella miseria collettiva e agognano quella libertà che Michele gli prospetta e che, senza mezzi, hanno già cominciato a cercare.

Nonostante non avessero più niente, forse neanche gli occhi per piangere!

Ci sono dense pagine di letteratura meridionalistica che stigmatizzano questa alterità: e la Nocera di inizio Novecento non si sottrae a tale cliché!

Michele non può rimanere insensibile al grido di dolore che si alza dal cuore dei poveri. Ora gli ideali studiati e dibattuti nelle accapiglianti discussioni napoletane sono diventati carne sotto i suoi occhi inerti! Quello è un chiaro invito alla lotta, a rimanere a non partire perché c’è la possibilità concreta che il movimento contadino non sia soltanto una teoria, ma una felice realtà che può inaspettatamente prendere forma nell’ultima terra del Sud, anche col favore iniziale delle tenebre.

Quell’oscurità che aveva paradossalmente gettato un nuovo raggio su quelle riviste e su quei libri che tanto pervicacemente ha studiato durante gli anni napoletani: idee che rischiarate dal fioco lume di casa Mastroianni diventano, improvvisamente, volti dimessi, coppole sporche, vestiti sudici e mani ruvide e callose.

Lì tutto ebbe inizio!

Da questo punto in poi, il racconto che si li scorre senza sussulti, cambia ritmo. Gli avvenimenti diventano più incalzanti e le pagine sono percorse da un fremito: come se qualcosa di importante dovesse accadere da un momento all’altro.

E qualcosa accade per davvero!

Michele è lo strumento attraverso cui le istanze popolari, la voglia di libertà, incanalata nei sentieri della legalità cerca di venire a galla, ritagliandosi uno spazio vitale, lacerando la cortina del silenzio e, soprattutto, diradando le nebbie della connivenza. Lo strumento scelto per l’azione è l'associazionismo cooperativo: che impone lo stare insieme, lavorare l’uno per l’altro e tutti per un solo grande scopo: migliorare le condizioni di vita, migliorare il volto autentico e genuino del paese.

Sarebbe stato troppo romantico un immediato lieto fine: ecco che le tenebre iniziali che avevano coperto i primi vagiti del movimento ora diventano schermo per la delazione. Un soffio leggero e penetrante che colpisce Michele alle spalle come una saetta avvelenata e lo costringe ad una forzosa latitanza. Ma è a questo punto che sempre da quelle tenebre balza fuori l’alter ego del protagonista: Pallottola!

In ogni paese di Calabria c’è un Pallottola (Puzzola): un uomo che vive al di sopra delle regole e della legge, con un passato torvo e senza storie da raccontare. Un autoemarginato ma con un senso alto e chiaro della giustizia, dell’onore e di un diritto fatto di poche ma chiarissime norme: il rispetto, la verità e la lealtà a qualunque prezzo. Pallottola è colui che si nasconde sotto il pesante mantello di flanella: nero come la notte senza luna ma che riesce ugualmente a penetrare nel buio coi suoi occhi felini per ricostruire la rete della delazione e obbligare i due cafoni di Campodorato alla ritrattazione.

Un contrappasso necessario se non si vuole pagare il fio della colpa con la vita! Parole pesanti quelle di Pallottola, che iniziano a gettare qualche luce sul nebuloso passato dell’amico di Michele.

Nel nascondiglio di Pietre Bianche Michele ha modo di riflettere: non può continuare a vivere da recluso ma deve ritornare e preparare tutti al massimo sforzo. Bisogna passare all’azione quella vera e costringere i nobili alla resa. È tempo di lotta di classe con azioni forti e senza alcun tentennamento.

E così viene murata la porta del Comune e, dopo qualche tempo, viene occupata anche la Piazza del Paese: due episodi forti che interrogano le coscienze dei cittadini, ma anche quelle delle autorità preposte al controllo del territorio! E i fatti rimbalzano da Nicastro a Catanzaro, sino a Roma, in Parlamento, dove il nome di Nocera corre di bocca in bocca e giunge sulla scrivania del Re. Così come accanto alle pagine narrative, testimoniano  i documenti ufficiali di prossima pubblicazione.

Un’azione forte e senza precedenti.

La trattativa fu molto travagliata, ma alla fine il marchese è costretto a cedere, la cooperativa vinto e i cafoni ottengono quella terra nera come le loro mani con cui possono finalmente impastare quel pane, anch’esso nero, con cui sfamare congiunti e affini.

Solo Pallottola non riesce a festeggiare quella vittoria perché investito dal ritorno poderoso del suo passato rimane immobile, a cavalcioni sullo steccato dell’accampamento, con una palla di fucile piantata nel cuore mentre, scoperto, cerca di darsi alla fuga!

Scrive Miriam Mafai che «il pane è l’alimento principe, la base della nostra alimentazione... Si inzuppa nel latte la mattina, si inzuppa nel sugo a mezzogiorno, si inzuppa nel brodo la sera, si inzuppa persino nel vino. Si mangia pane e marmellata, pane e pomodoro, pane e frittata, pane e olio, pane e verdura. Guai a giocare con il pane a tavola, guai a lasciarne vicino al piatto sbocconcellato, guai insomma a sprecarlo».

È storia d’amore e di morte quella raccontata in Pane nero. Ma è soprattutto storia di libertà!

 

Pane nero 1

Qualcuno ha scritto, nel recente passato, che il contributo nocerese alla storia del movimento contadino in Calabria è assai rilevante.

Intanto bisognerebbe stabilire con certezza cosa si intende per movimento contadino e, prima ancora decidere se un lessico di tal fatta, marcatamente marxiano (si badi, non marxista), abbia ancora senso nel dibattito storiografico. Specie alla luce delle recentissime indicazioni epistemologiche che, di fatto superano, il sentimentalismo ‘lottaclassista’ della dinamica storica. E indirizzano, al contrario, ad una più funzionale e meno ideologicizzata destrutturazione del documento per scoprire le condizioni della sua produzione e spiegare eventuali lacune e silenzi per ricostruire la storia anche coi suoi ‘vuoti’.

1Stando ai fatti in senso stretto, si sa che nel 1907, ad opera di un giovane appena laureatosi a Napoli, si avviò una riflessione interna alla comunità per studiare il miglioramento delle condizioni di vita dei ‘cafoni’. Qui bisognerebbe aprire una lunga parentesi per cercare di capire se e quando il sentimento di gruppo sociale, o l’identità di condizione (subalterna) si sia imposta all’interno dell’amorfo gruppo dei lavoratori della terra: ma non è questa evidentemente la sede.

Sicché sul finire del 1907 Michele Manfredi, neo avvocato, a capo di un gruppo eterogeneo di persone fonda la «Lega agricola di Nocera Terinese» e, nel febbraio successivo accende la lotta politica nel paese scagliandosi contro l’amministrazione comunale del tempo, attraverso alcune manifestazioni di protesta eclatanti che hanno lo scopo di accendere i riflettori dell’opinione pubblica e attirare l’interesse delle istituzioni sui fatti di Nocera: atti ‘estremi’ che ottengono, infatti, i risultati sperati per iniziare una battaglia di civiltà che auspicava il citato miglioramento delle condizioni dei lavoratori agricoli!

In quell’occasione ci scappò anche il morto: forse per questo la protesta politica fu stroncata all’inizio e si cominciò a disgregare il latifondo ottenendo dal Marchese Eugenio De Luca il fondo «Pietra della Nave» in colonia parziaria. Tra i sottoscrittori del contratto con cui si prendeva possesso e si rimetteva a coltura il fondo ‘Pietra della Nave’, oltre a Michele Manfredi, c’erano: Giovanni Motta, Francesco Ferrari fu Giuseppe, Nicola Ambrosio di Michele, Antonio Rocca fu Michele, Luigi Ferlaino, Giovanni Pulicicchio fu Giuseppe, Matteo Curcio fu Natale, Giuseppe Guido e Ferdinando Macchione fu Gaspare.

Il moto di protesta dava inizio, allora, ad un importante cambiamento economico: secondo gli ideali del tempo la struttura di potere del vecchio e protervo baronaggio, contro il quale i Calabresi avevano combattuto sin dall’età di mezzo, cominciava ad essere incrinata e i contadini riuscivano ad ottenere quella terra cui erano antropologicamente legati (servi della gleba, si diceva).

In realtà i continuatori di quel movimento non sono stati poi così all’altezza dei padri fondatori se, come è sotto gli occhi di tutti, quei fondi che sarebbero dovuti essere trasformati nel motore dell’economia agraria in un fortunato paese del Sud, sono stati oggetto di una selvaggia e irrazionale cementificazione che ha annichilito anche la probabile riconversione allo sfruttamento turistico del mare e della costa!

Eppure Michele Manfredi non aveva lesinato gli sforzi, tanto che nel febbraio 1909 era riuscito persino a costituire la cooperativa di consumo a cui aveva dato l’ambizioso nome di «Risorgimento». Oltre naturalmente a continuare a partecipare con la ‘Lega’ al dibattito politico locale tanto da avanzare la propria candidatura e essere eletto sindaco nelle elezioni dell’aprile 1913. Una grande vittoria per i contadini noceresi, ma soprattutto per il suo ideatore e mentore, nonostante la breve durata. Giacché l’anno successivo, alla vigilia della ‘Grande Guerra’ si vedeva costretto a lasciare l’incarico.

La lotta, tuttavia, continuava e nella primavera del 1921 la Lega agricola e la Cooperativa «Risorgimento» riescivano ad ottenere dal prefetto di Catanzaro sia l’accesso ai beni contingentati da parte del Consorzio granario, sia ulteriori fondi ricadenti nella tenuta del marchese De Luca e dei Quintieri che, tuttavia, dovettero essere restituiti dopo poco tempo ai proprietari perché il regime fascista considerava il loro presidente come un pericoloso sovversivo.

All’operazione di Michele Manfredi sono state dedicate memorabili pagine narrative dal nipote Michele Manfredi Gigliotti che nel 1975 pubblicava a Palermo il bel libro Pane Nero in cui narra l’epopea del congiunto. Si tratta di un bel racconto che ho letto per la prima volta in terza media (1987/1988) ma a cui sovente ritorno per la puntuale descrizione delle condizioni ambientali e sociali del paese all’alba del Secolo Breve. Sui contenuti del volume ritornerò in un prossimo scritto. Ma è opportuno avvisare che in esso si sintetizzano, ponendoli nello stesso contesto cronologico circa 15 anni di storia fatta di eventi diversi e spesso contrastanti e in cui fotografa la realtà storica complessiva soltanto per istantanee. Sono gli scenari in cui la narrazione si svolge, invece, a fungere da cornice narrativa e da fonte storica per meglio contestualizzare la vicenda degli uomini e del territorio.

Il volume apre con un arrivo: «Il vecchio Pietro Maria andava avanti e indietro lungo il marciapiede della stazione. Mancavano ancora quindici minuti all’arrivo dell’accelerato da Paola», e termina con una partenza: «Qualcuno gridò: “Alle terre! Alle terre!” … L’alba stava per spuntare, quando la lunga fila di uomini entrò nelle terre incolte…».

L’avvio di una nuova, l’ennesima, ma sempre disattesa, speranza di cambiamento!

Di più per adesso non dico. Buon Primo Maggio a tutti!

Si è spento a Roma, il 21 aprile scorso, Giuseppe Mario Pontieri, illustre concittadino nocerese e professore Emerito di Patologia Generale all’Università Sapienza di Roma. Mario Pontieri era figlio del grande medievista Ernesto Pontieri (Nocera Terinese, 4 settembre 1896 – Roma, 4 maggio 1980), Magnifico Rettore dell’Università Federico II di Napoli (dal 1950 al 1959) e dell’Università de L’Aquila (1967-1972).

Mario POntieri3Giuseppe Mario Pontieri era nato a Nocera Terinese (CZ), insieme al gemello Gregorio (morto pochi giorni dopo il parto), il 3 settembre 1927 dove era cresciuto, dopo la morte della madre causata da una sepsi puerperale, presso i nonni paterni prima di essere trasferito a Catanzaro e affidato alle cure della zia materna. Nel capoluogo trascorse i primi otto anni di vita frequentando con profitto le prime classi della scuola elementare. Era solito soggiornare per brevi periodi col padre a Napoli. E  proprio in uno di questi soggiorni partenopei si ammalò di difterite (1933) rischiando di morire. Come egli stesso racconta: «fui tra la vita e la morte, con conseguente ulteriore travaglio spirituale di mio padre, che dovette certamente sentirsi in un certo senso corresponsabile del rischio che avevo corso».

A Napoli si trasferì definitivamente nel 1936 perché «si era reso libero l’appartamento, nel quale egli [il padre] occupava in precedenza una camera, lo aveva mobiliato e reso idoneo alla mia accoglienza». Il periodo napoletano aveva impresso nei ricordi del giovane Giuseppe Mario l’impronta dell’esempio del genitore «che riuscì ad essere per me anche un grande amico e confidente». Tanto da dormire nella stessa stanza dove Ernesto «aveva fatto collocare una scrivania in modo che alzandosi quotidianamente alle 6 del mattino, poteva mettersi al lavoro» e seduto alla quale il figlio lo trovava al risveglio.

È più che probabile che quel ricongiungimento spingesse Pontieri padre a recuperare amorevolmente il tempo del forzoso distacco tanto che, nonostante i numerosi e gravosi impegni accademici e culturali (era subentrato da poco sulla cattedra di Storia Medioevale e Moderna al suo grande maestro Michelangelo Schipa), riusciva a ritagliarsi quotidianemente uno spazio per stare col figlio e passeggiare nel ‘ventre di Napoli’ alla scoperta dei suoi tesori: «una chiesa, o un edificio di interesse storico dei quali egli mi illustrava le bellezze artistiche».

A Napoli sotto la guida paterna, Giuseppe Mario, aveva compiuto gli studi prima di perfezionarsi all’Istituto Pasteur di Parigi, un centro di eccellenza europeo per le indagini virologiche e immunologiche e all’Istituto di Igiene della Rheinische Friedrich-Wilhelms Universität Bonn, sistemandosi poi alla Sapienza in cui presto divenne Professore Ordinario di Patologia Generale. La fama di scienziato lo portò non solo a formare diverse generazioni di medici ma a continuare nella ricerca con quel metodo fatto di una «meticolosità quasi puntigliosa» ereditata dal padre per sua stessa ammissione: «nell’elaborazione dei suoi scritti dimostrava una meticolosità quasi puntigliosa nella ricerca delle parole e delle frasi più idonee a tradurre in essi il suo pensiero. Oltre a rivedere, modificare o correggere quanto aveva scritto in precedenza, o a fare sui fogli dei ‘collage’ con appunti presi nel corso della giornata».

Lo testimonia, del resto, il messaggio di profondo cordoglio apparso sul sito web dell’università capitolina lo scorso 21 aprile per ricordarne la passione civile e la figura di scienziato di caratura internazionale, a firma del preside della facoltà di Farmacia e Medicina, Professor Carlo Della Rocca e della Preside della Facoltà di Medicina e Odontoiatria, Professoressa Antonella Polimeni.

Mario Pontieri era un intellettuale a tutto tondo, elegante e raffinato, un conversatore colto, sensibile e instancabile, uno studioso acuto tanto da essere insignito il 16 gennaio 1993, a coronamento della lunga carriera medico-scientifica, della Medaglia d’Oro ai Benemeriti della Scienza e Cultura della Presidenza della Repubblica. Oltre alla docenza e alla ricerca (portata avanti anche in prestigiose università europee e americane) ha ricoperto numerosi incarichi culturali e nel ventennio 1976-1996 è stato componente del Consiglio Superiore di Sanità coadiuvando l’azione del Legislatore nelle politiche di prevenzione immunologica. Era, inoltre, socio dell’Accademia Pontaniana di Napoli, socio emerito della Società italiana di Patologia e Medicina traslazionale e autore di numerose pubblicazioni in campo medico di elevato spessore scientifico. In particolare del Trattato di Patologia Generale e Fisiopatologia Generale di cui curò le prime cinque edizioni, dopo averlo fondato.

A Roma nel 2002 aveva ricevuto il premio «La Calabria nel mondo» riservato ai Calabresi illustri 'sparsi in ogni angolo della terra' con la seguente motivazione: «Nelle ricerche di Patologia e Immunologia, con la conseguente espansione nella Farmacologia, Giuseppe Mario Pontieri un maestro per studi e applicazioni» conferitogli dall'Associzione C3 International (Associazione Internazionale Calabresi nel Mondo).

Delibera

Nei giorni 29 - 30 maggio 2014 fu per l’ultima volta a Nocera Terinese. Lo avevo invitato, congiuntamente alla professoressa Lucia Bonalumi, in occasione della celebrazione del convegno finale col quale si chiudeva il progetto didattico sulla figura di Ernesto Pontieri. Partecipò all’evento con una relazione lucida e puntuale (poi consegnata agli atti del Convegno) dopo un lungo viaggio da Roma alla guida della sua autovettura, praticamente alla vigilia dell’Ottantasettesimo genetliaco. Quell’invito lo aveva reso particolarmente felice perché tornava a Nocera dopo qualche anno di assenza a causa di problemi di salute suoi e della moglie. Nocera gli era rimasta nel cuore: dalla giovinezza fino al conseguimento della laurea, con l’eccezione degli anni della guerra, insieme al padre vi faceva periodicamente ritorno per «trascorrere le vacanze natalizie e quelle estive» e questo era il motivo principale che lo spingeva ad amare il paese natio dove «ho avuto la fortuna di stringere sincera e grande amicizia con molte persone».

E a quella Nocera ritornava puntualmente ogni anno anche dopo la morte del padre (1980) «a deporre un fiore sulla sua tomba nella nostra cappella». Una cara abitudine che nel 2014 sperava di poter riprendere «prima che anche io trovi definitiva residenza nella suddetta cappella».

Con Mario Giuseppe Pontieri scompare un grande intellettuale, un grande scienziato e soprattutto un grande nocerese: egli non solo era nato a Nocera ma ne era diventato anche cittadino onorario sempre nel 2014, «in segno di alta considerazione per l’intensa attività scientifica, umana, sociale, morale svolta e che ancora svolge». Un atto che ne ha inteso suggellare eternamente l’autentica noceresità!

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