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Si può cantare l’amore in tempo di Coronavirus? Milan Kundera ne faceva una lunga narrazione letteraria in un grande capolavoro della narrativa contemporanea che ha fatto sognare intere generazioni di giovani e adolescenti.

Da ciò nasce l’idea, un po’ malsana con questi chiari di luna, di riproporre nei giorni di forzato lockdown (mi raccomando siate tutti integerrimi nel rispetto delle regole) l’amore di un ‘tempo’ nelle pagine virtuali del sito.

Voglio pertanto riproporre, via via, gli antichi testi dei canti della nostra terra: canti d’amore, di sdegno che avevo ritrovato un tempo durante le mie prime ricerche e che, non so per quale strana alchimia, saltano fuori dagli appunti e dai faldoni della documentazione raccolta più di venti anni fa.

Proprio stasera.

Dopo che ieri sera mi facevano notare che mancano in questo secondo lockdown le foto con le quali si stigmatizzava, tra marzo e maggio, l’idea di un paese che non c’era più. E di cui si raccoglievano i rottami: pezzi del passato catapultati in questo presente disgregante e annichilente, sotto molti punti di vista.

Quel filone credo d’averlo esaurito: non perché non vi sarebbero altre cose da dire, ma perché riterrei poco carino continuare a tediare i tre lettori che leggevano quei post ammorbandoli con elucubrazioni sul senso dell’appartenenza e sulla epistemologia della ricerca storica. Che per la verità latita (e non poco) ma che diventa persino disdicevole se maneggiata troppo!

E mentre ero alla ricerca di un tema nuovo, per impinguare il canale della memoria, è venuto fuori questo blocchetto di fogli in cui, un po’ a stampa e un po manoscritti, ci sono più di venti composizioni che offro alla riflessione collettiva: per non dimenticare e continuare a coltivare il culto del passato non fine a se stesso ma come serbatoio di risorse per il futuro.

È questa, infatti, la funzione sociale della storia!

Ma veniamo subito al primo testo. Si tratta di un testo in cui amore e gelosia si fondono ed evocano oscuri scenari dove il primo sconfina, in qualche caso, anche nella morte!

 

Luce de l'uacchi mii

«Luce de l’uacchi mii, si mi vo bene,

tu ha de fare cumu dicu iu:

ccu d’atra gente u nn’hade praticare

e speciarmente ccu chine dicu iu.

Mancu de l’acqua t’hade fhare tuccare,

puru de l’acqua puartu gelusia:

ca si vo acqua ppe ti nne lavare,

ti dugnu u sangu de le vene mie.

Si vue a tuvaglia ppe ti nne stujiare,

lu velu ti dugnu de lu core miu.

E si vo ligna ppe ti nn’addhrumare,

l’ossa ti dugnu de la vita mia».

 

Antonio Macchione

Il giorno dei morti è giorno di dolore. Quello in cui tutti ripensano agli affetti che non ci sono più e che da lassù vegliano il peregrinare terreno di chi rimane.

Il giorno dei morti, il 2 novembre, è anche il giorno della memoria!

Con esso ha termine una delle tante e suggestive liturgie che scandiscono l’anno liturgico paesano: quest’ultimo (2020), in particolare, vissuto in tono minore a causa delle limitazioni imposte dalle ordinanze governative e regionali tese a contenere le ondate pandemiche. Oggi, insomma, termina il novenario, quello che, quand’ero bambino e indossavo la veste di chierichetto, Don Alfredo, leggeva con voce possente e ferma da un vecchio quaderno manoscritto la cui copertina era avvolta in un foglio di carta da imballaggio.

A distanza di anni ho appreso che quel quaderno, vergato dal parroco Ortensio Belsito nel 1914, conteneva l’ufficio divino della congrega dei morti: una delle tante congregazioni post-tridentine attive nel nostro paese. La congrega dei morti (o del Suffragio) operava nella chiesa di San Martino e probabilmente, sin dal XVII secolo, si occupava della mensa pauperum fondata da Mons. Tommaso Calvo, vescovo di Tropea tra il 1593 e il 1613.

Di questa congrega pubblicai qualche anno fa (primavera del 2003) lo statuto e le regole confraternali precedute da un ‘Cenno Istorico’ introduttivo che qui ripropongo per far si che quel patrimonio di memoria e la fatica profusa nella ricerca, non vada dilapidata:

«Per tradizione de’maggiori di questo predetto Comune si conosce a stento (qualche problema di memoria lo avevano anche allora, sic!) che la Chiesa attualmente addetta a Congrega sotto il titolo di Santa Maria del Suffragio, un tempo (circa un ventennio prima, sic!) trovavasi addetto a Parrocchia sotto il titolo di San Martino e veniva governata da un Parroco; quando i Parrochi del menzionato Comune risolvettero di riunirsi in una sola chiesa (porzione), cioè nella Matrice sotto gli auspici di S. Giovanni Battista. Rimasta la prima senza curato, si pensò elevare a congrega dandogli il titolo di Chiesa del Suffragio, come dalle regole e dal regio exequatur, dove si eseguono religiosamente tutte le varie funzioni in Suffragio delle Anime del Purgatorio, come si rileva dalle cennate regole, mantenendosi così la pietà dei fedeli al canto divino. Altro non si è potuto rilevare nella compilazione di essa, mentre è molto rimota, è del 1777 un provvedimento di regio exequatur».

Già allora, come oggi, era difficile conservare la memoria della storia del paese e delle sue istituzioni, scriveva l’inquisitore nell’introdurre il fascicolo di inchiesta a proposito della Congrega dei morti. E oggi come allora, le liturgie confraternali contribuiscono ad alimentare la pietà dei fedeli e, sebbene in forma residuale, fa sentire la sua eco a circa cent’ottanta anni da quelle note.

Ancora oggi è possibile ascoltare il suono delle antiche preci in suffragio dell’anima dei morti inframezzate dal canto della giaculatoria: «Quelle figlie e quelle spose son tanto tormentate. Gesù che voi l’amate, suffragatele per pietà». Che noi, da veri monelli, volutamente storpiavamo in «…son tanto addormentate…».

La novena dei morti non era soltanto questo però.

In senso lato essa era un denso momento di socializzazione in cui si coltivavano passioni amorose che esplodevano al caldo sole della Pasqua. Era il momento in cui si ritrovava, tutti insieme, in una chiesa gremita in ogni ordine di posti e si intrecciavano relazioni amicali, spesso indissolubili. Era un momento atteso che scandiva, passata l’estate, l’attesa del Natale: e durante il novenario si faceva a gara per cantare con le suore, per servire la messa: si correva via di casa al primo rintocco della campana lasciando ogni opera a cui si era intenti perché prima di tutto veniva il senso della comunità.

Poi qualcosa si è rotto.

Oggi è una pena vedere, attraverso le foto postate in rete, quei banchi parzialmente vuoti a causa del CoVid, parzialmente vuoti a causa dell’indolenza e dell’apatia, parzialmente vuoti perché non esiste più alcuna idea di paese (se non nella mente di qualcuno soltanto).

Quell’incanto e quell’armonia si sono perse e se non si corre presto ai ripari – mi rivolgo a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che sono rimasti – si perderà molto altro ancora, magari di più prezioso.

Occorre ritornare a coltivare la memoria collettiva ed individuale, senza mistificazioni, per farla sedimentare nel presente e consegnarla alle generazioni future.

Mi rendo conto d’aver esemplificato al massimo, quasi banalizzandolo, il problema ma credo, più che mai, che sia necessaria una riflessione quanto più possibile ampia e condivisa perché sino ad oggi alcuni solisti hanno fatto e continuano a fare soltanto danni!

 

Antonio Macchione

Diocesi Lamezia Terme Vescovo Giuseppe Schillaci e Don Pino Latelli 5Diocesi Lamezia Terme Vescovo Giuseppe Schillaci 4Diocesi Lamezia Terme don Pino Latelli 4In questa seconda ondata di pandemia da Coronavirus continuano a crescere le ansie, le paure e un forte senso di solitudine in numerosi  cittadini che cercano conforto e consolazione nella Chiesa. È  ciò che fa Luigi  inviando una missiva  a don Pino Latelli, parroco in solido della Parrocchia Beata Vergine del Carmine, per ricevere  una parola di conforto e speranza.  Così scrive : «Rev.mo don Pino, sono una persona anziana e vivo da solo in un paese del Nord Italia. La nuova ondata di contagi e di morti mi sta procurando uno stato di ansia che mi fa sentire come imprigionato. Avverto, inoltre, la sensazione di essere schiacciato dal peso della solitudine e le immagini trasmesse dalla televisione sulla violenta protesta in varie città italiane mettono nel mio animo inquietudine e paura. Sono credente e la mia unica compagnia è la preghiera che mi dà coraggio e speranza. Le chiedo un aiuto».

 

 «Carissimo Luigi, la tua lettera esprime una profonda amarezza. Ti assicuro che in questo periodo di preoccupazione molti si trovano nella tua stessa situazione: vivono nella paura e nella solitudine nonostante la sensibilità e l’attenzione dimostrata dalle Istituzioni, dalla Chiesa e dai volontari che operano verso i più deboli, gli anziani e i malati»  risponde prontamente  don Pino il quale  ricorda a Luigi    la riflessione  dal titolo “Amore al tempo del coronavirus” del vescovo di Lamezia Terme monsignor Giuseppe Schillaci, nella quale  il Presule  ha messo in evidenza che l’esperienza della pandemia ci insegna che la solitudine e la tristezza si vincono con l’amore reciproco offrendo concreti gesti di amicizia, attenzione e solidarietà.   «Sebbene sia un momento difficile, un momento di prova, - scrive il vescovo lametino - facciamo in modo che possa diventare un’opportunità per riscoprire la fraternità, per riscoprire cosa significa comunione, solidarietà, bellezza di stare insieme».

 In riferimento alla inquietudine di Luigi, causata dalla tensione sociale che in parecchie città italiane si sta scatenando attraverso forme di protesta violenta, il sacerdote sottolinea che «la protesta pacifica è lecita e garantita dalla legge, ma non è garantita quella violenta che porta solo distruzione e danni a persone e cose aggiungendo problemi a problemi e non certo rende le cose più facili a baristi e ristoratori.  È necessario - continua don Pino - che  tutti i cittadini siano responsabili e non si lascino  contagiare dalla violenza della folla». E, a tal proposito, cita Alessandro Manzoni che nei “Promessi sposi” afferma che «una folla in tumulto perde il lume della ragione». E ancora  il Manzoni ricorda  che, quando Renzo arriva nella Milano in tumulto per la carestia, prima di lasciarsi trascinare dall’irrazionalità collettiva dell’assalto ai forni, ha il pensiero di un  ragazzo di buon senso: «Se concian così tutti i forni, dove vogliono fare il pane? Ne' pozzi?». 

Per questo motivo si deve pregare costantemente affinché il Signore esaudisca i desideri del nostro cuore per una serena convivenza civile, possa prevalere in tutti il buon senso e le Istituzioni, insieme, possano trovare una soluzione condivisa per il bene comune.

«Noi – conclude il prelato -  continueremo intanto a pregare fiduciosi per la fine della pandemia e nello stesso tempo ci impegniamo a fermare il virus dell’indifferenza evitando di farci vincere dalla freddezza del cuore. Dobbiamo fermare il dilagare del virus dell’indifferenza. Ritroviamo la voglia di compassione e ritorniamo a compiere gesti di tenerezza verso gli altri a cominciare dai tanti Luigi  che vivono accanto a noi».

Lina Latelli Nucifero

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santa maria 1998La vita sociale e religiosa della Nocera di inizio XX secolo fu percorsa da tanti fermenti. Non ultimo, forse soltanto meno noto, quello riguardante la costituzione della «Confraternita sotto il titolo di S. Giuseppe», formalmente approvata con decreto del Vescovo di Tropea nell’aprile del 1913, su istanza del Parroco della Chiesa di Santa Maria della Pietà.

Si tratta della confraternita delle maestranze (artigiani) fondata per la promozione del culto divino di San Giuseppe, che a Nocera si celebrava da almeno un secolo ad opera degli abitanti del Rione Motta, il cuore più antico del paese, nella cui Chiesa era conservato il simulacro del Santo.

Lo statuto approvato da Mons. Giuseppe Leo, molto articolato (lo pubblicherò in un articolo successivo), è formato da 8 brevi capitoli che delineano le regole della vita confraternale in ogni suo aspetto: dalle motivazioni che erano alla base della nuova confraternita, alle buone pratiche liturgiche e del culto divino, ad aspetti più pratici inerenti la corretta amministrazione del nuovo organismo. Aspetti delicati e che spesso davano origine a contrapposizioni che sfociavano in vere e proprie liti.

Prima della stesura definitiva molte regole furono riscritte, modificate e integrate come dimostra, sulle minute, il puntuale intervento dello stesso vescovo. Furono fatte almeno due bozze prima di approvare il testo definitivo non senza la preoccupazione, da parte dello stesso presule, che gli aneliti e la positiva tensione iniziale potesse presto trasformarsi in lassismo prima e in rissa poi, come succedeva in altre parrocchie della diocesi.

Nocera aveva già altre confraternite: quelle dei Morti, dell’Annunziata. In un recente passato ne aveva avuto altre: Santissimo Sacramento, Rosario, Pietà (sempre alla Motta) e di Santa Caterina cui era annesso l’hospitium. C’erano anche stati tentativi per nuove erezioni (quella del Carmine nel primo ventennio dell’Ottocento), poi abortiti. Insomma una vita religiosa estremamente dinamica fatta di riti plurisecolari, culti antichi, uomini e donne il cui tempo veniva scandito da quello escatologico di Dio: preghiera e partecipazione in forma associata alla liturgia (o alle liturgie) che diveniva (divenivano) strumento per la rivendicazione di un prestigio sociale che dava l’illusione di un benessere materiale (e fors’anche morale) orami irraggiungibile per i ceti più umili. D’altro canto emergeva e si consolidava come ceto di potere quello borghese/aristocratico che

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 si sentiva autorizzato e spingere nel baratro coloro che tiravano a campare soltanto sospinti dalla speranza di un futuro migliore.

In appendice pubblico la lettera del vescovo al parroco della Pietà: non una lettera routinaria ma la dimostrazione che la Chiesa viveva in quel periodo in Calabria, e anche a Nocera, un momento assai particolare al centro, com’era, di complesse dinamiche socio economiche relative all’assegnazione delle terre e alla creazione di servizi di prima necessità che spesso sfociavano in eccidi a seguito della ribellione popolare. Erano gli anni del socialismo galoppante, delle Società di Mutuo Soccorso, del Movimento Contadino e quella confraternale era una delle risposte della Chiesa locale e diocesana al disagio di una lotta ‘di classe’ che stava loro sfuggendo in un certo senso di mano. E poi c’era stato il terremoto del 1905 prima e poi quello del 1908 che avevano contribuito ad inasprire lo stato di miseria dei ceti più umili, dei cafoni per dirla con i padri del Meridionalismo, quelli per cui la migliore cura era l’emigrazione. Appunto: la tonnellata umana che cominciava il progressivo ed esiziale svuotamento delle campagne oggi invase da rovi e spine e abbandonate a se stesse. Li dove prima fioriva la vita, ora pasce la morte!

Tutto questo e molto altro c’è nella lettera del vescovo tropeano, ma soprattutto c’è la preoccupazione che questo tentativo di promozione spirituale del territorio, di rimpolpare il culto divino con l’annesso processo di santificazione della popolazione, potesse deragliare manifestando la tiepidezza di un popolo che al pane spirituale preferiva sempre e solo quello nero impastato con la crusca, il sudore della loro fronte e la terra cui erano legati da un vincolo ancestrale ed inscindibile!

Antonio Macchione

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Tropea, 1 marzo 1913

Molto Reverendo Parroco,

le restituisco lo statuto per l’erigenda Confraternita di S. Giuseppe perché faccia le ultime modifiche e poi me lo rimetterà per l’approvazione. Sebbene sarà con molta trepidanza che farò il decreto di creazione di erezione canonica poiché sono appunto le Confraternite che dovrebbero formare la consolazione e l’aiuto del vescovo nell’opera di santificazione delle anime, quelle che invece aggravano la pesante vera croce, si comincia con fervore poi si languisce, poi si arriva alla ribellione. E ne ho di casi che purtroppo mi hanno dato e stanno dando fastidio e pena.

Speriamo che San Giuseppe sotto la cui speciale protezione starà la nuova confraternita, vorrà impedire che questa degeneri dallo spirito con cui si costituisce, anzi che sempre meglio vada innanzi nell’opera di santificazione.

In attesa la benedico e mi raccomando alle sue preghiere.

Suo affezionato in Gesù (Cristo)

+ Giuseppe vescovo.

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