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Qualcuno ha scritto, nel recente passato, che il contributo nocerese alla storia del movimento contadino in Calabria è assai rilevante.

Intanto bisognerebbe stabilire con certezza cosa si intende per movimento contadino e, prima ancora decidere se un lessico di tal fatta, marcatamente marxiano (si badi, non marxista), abbia ancora senso nel dibattito storiografico. Specie alla luce delle recentissime indicazioni epistemologiche che, di fatto superano, il sentimentalismo ‘lottaclassista’ della dinamica storica. E indirizzano, al contrario, ad una più funzionale e meno ideologicizzata destrutturazione del documento per scoprire le condizioni della sua produzione e spiegare eventuali lacune e silenzi per ricostruire la storia anche coi suoi ‘vuoti’.

1Stando ai fatti in senso stretto, si sa che nel 1907, ad opera di un giovane appena laureatosi a Napoli, si avviò una riflessione interna alla comunità per studiare il miglioramento delle condizioni di vita dei ‘cafoni’. Qui bisognerebbe aprire una lunga parentesi per cercare di capire se e quando il sentimento di gruppo sociale, o l’identità di condizione (subalterna) si sia imposta all’interno dell’amorfo gruppo dei lavoratori della terra: ma non è questa evidentemente la sede.

Sicché sul finire del 1907 Michele Manfredi, neo avvocato, a capo di un gruppo eterogeneo di persone fonda la «Lega agricola di Nocera Terinese» e, nel febbraio successivo accende la lotta politica nel paese scagliandosi contro l’amministrazione comunale del tempo, attraverso alcune manifestazioni di protesta eclatanti che hanno lo scopo di accendere i riflettori dell’opinione pubblica e attirare l’interesse delle istituzioni sui fatti di Nocera: atti ‘estremi’ che ottengono, infatti, i risultati sperati per iniziare una battaglia di civiltà che auspicava il citato miglioramento delle condizioni dei lavoratori agricoli!

In quell’occasione ci scappò anche il morto: forse per questo la protesta politica fu stroncata all’inizio e si cominciò a disgregare il latifondo ottenendo dal Marchese Eugenio De Luca il fondo «Pietra della Nave» in colonia parziaria. Tra i sottoscrittori del contratto con cui si prendeva possesso e si rimetteva a coltura il fondo ‘Pietra della Nave’, oltre a Michele Manfredi, c’erano: Giovanni Motta, Francesco Ferrari fu Giuseppe, Nicola Ambrosio di Michele, Antonio Rocca fu Michele, Luigi Ferlaino, Giovanni Pulicicchio fu Giuseppe, Matteo Curcio fu Natale, Giuseppe Guido e Ferdinando Macchione fu Gaspare.

Il moto di protesta dava inizio, allora, ad un importante cambiamento economico: secondo gli ideali del tempo la struttura di potere del vecchio e protervo baronaggio, contro il quale i Calabresi avevano combattuto sin dall’età di mezzo, cominciava ad essere incrinata e i contadini riuscivano ad ottenere quella terra cui erano antropologicamente legati (servi della gleba, si diceva).

In realtà i continuatori di quel movimento non sono stati poi così all’altezza dei padri fondatori se, come è sotto gli occhi di tutti, quei fondi che sarebbero dovuti essere trasformati nel motore dell’economia agraria in un fortunato paese del Sud, sono stati oggetto di una selvaggia e irrazionale cementificazione che ha annichilito anche la probabile riconversione allo sfruttamento turistico del mare e della costa!

Eppure Michele Manfredi non aveva lesinato gli sforzi, tanto che nel febbraio 1909 era riuscito persino a costituire la cooperativa di consumo a cui aveva dato l’ambizioso nome di «Risorgimento». Oltre naturalmente a continuare a partecipare con la ‘Lega’ al dibattito politico locale tanto da avanzare la propria candidatura e essere eletto sindaco nelle elezioni dell’aprile 1913. Una grande vittoria per i contadini noceresi, ma soprattutto per il suo ideatore e mentore, nonostante la breve durata. Giacché l’anno successivo, alla vigilia della ‘Grande Guerra’ si vedeva costretto a lasciare l’incarico.

La lotta, tuttavia, continuava e nella primavera del 1921 la Lega agricola e la Cooperativa «Risorgimento» riescivano ad ottenere dal prefetto di Catanzaro sia l’accesso ai beni contingentati da parte del Consorzio granario, sia ulteriori fondi ricadenti nella tenuta del marchese De Luca e dei Quintieri che, tuttavia, dovettero essere restituiti dopo poco tempo ai proprietari perché il regime fascista considerava il loro presidente come un pericoloso sovversivo.

All’operazione di Michele Manfredi sono state dedicate memorabili pagine narrative dal nipote Michele Manfredi Gigliotti che nel 1975 pubblicava a Palermo il bel libro Pane Nero in cui narra l’epopea del congiunto. Si tratta di un bel racconto che ho letto per la prima volta in terza media (1987/1988) ma a cui sovente ritorno per la puntuale descrizione delle condizioni ambientali e sociali del paese all’alba del Secolo Breve. Sui contenuti del volume ritornerò in un prossimo scritto. Ma è opportuno avvisare che in esso si sintetizzano, ponendoli nello stesso contesto cronologico circa 15 anni di storia fatta di eventi diversi e spesso contrastanti e in cui fotografa la realtà storica complessiva soltanto per istantanee. Sono gli scenari in cui la narrazione si svolge, invece, a fungere da cornice narrativa e da fonte storica per meglio contestualizzare la vicenda degli uomini e del territorio.

Il volume apre con un arrivo: «Il vecchio Pietro Maria andava avanti e indietro lungo il marciapiede della stazione. Mancavano ancora quindici minuti all’arrivo dell’accelerato da Paola», e termina con una partenza: «Qualcuno gridò: “Alle terre! Alle terre!” … L’alba stava per spuntare, quando la lunga fila di uomini entrò nelle terre incolte…».

L’avvio di una nuova, l’ennesima, ma sempre disattesa, speranza di cambiamento!

Di più per adesso non dico. Buon Primo Maggio a tutti!

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