Re: «Qual è il più lungo giorno che ci sia?».

Bertoldo: «Questo che si sta senza mangiare».

Il giorno più lungo che ci sia è quello in cui non si ha né pane né companatico: di solito qualche cipolla, come ben descrivono le antiche cronache monastiche!

Secondo la tradizione pane nero e pane bianco stigmatizzano una complessa stratificazione sociale, quella che il nostro compaesano, Michele Manfredi Gigliotti, circa mezzo secolo fa, consegnava alla memoria collettiva in un ‘racconto storico’ ambientato nella Nocera di inizi Novecento e che vedeva protagonista l’allora giovane nonno.

Pane neroI fatti narrati da Manfredi Gigliotti sono realmente accaduti e la loro eco è arrivata sino a noi, oltre che per il bel volume, anche per i racconti, quelli che si consumano attorno al desco familiare e che vedono protagonisti i nonni: una memoria da conservare e valorizzare.

Anche Michelino, come lo chiamano affettuosamente familiari ed amici, ha sicuramente appreso questi racconti dalla viva voce del protagonista prima di tradurli, con sicuro metodo e con puntuale studio filologico della coeva documentazione, in una storia semplice ma efficace che fa rivivere le vie del borgo, i suoi rumori, gli odori, i personaggi in un nostalgico ma sempre attuale affresco.

La Nocera delineata da Michele Manfredi Gigliotti è uno dei tanti anonimi paesi poveri della Calabria di quegli anni. E, allo stesso tempo, una terra dignitosa fatta di gente onesta e laboriosa che si guadagna un tozzo di pane nero lavorando nei campi del Marchese, il feudatario locale, che (Padreterno di paese) esercita l’ancestrale potere di decidere la sorte di tutti e di ciascuno insieme al ‘suo’ consiglio dei nobili.

A scorrere quelle pagine, dense di ricordo, ritorna alla mente nella donna che grida la malanova e nelle imprecazioni di Mondo ingannatrice la complessità sociale descritta da Ignazio Silone in Fontamara: «In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito». E ancora l’immagine della donna che schiaccia i pidocchi dei figli sul vignano di casa evoca ancora motivi siloniani: «Cristo andava avanti con una grande bisaccia sulle spalle; dietro gli andava il papa, che aveva il permesso di prendere dalla bisaccia qualunque cosa che potesse giovare ai cafoni. I due Viaggiatori Celesti videro in tutti i villaggi la stessa cosa, e che altro potevano vedere? I cafoni si lamentavano, bestemmiavano, litigavano, si angustiavano, non sapevano che cosa mangiare né vestire. Allora il papa si sentì afflitto nel più profondo del cuore, prese dalla bisaccia una nuvola di pidocchi di una nuova specie e li lanciò sulle case dei poveri dicendo: “Prendete, o figli amatissimi, prendete e grattatevi. Così nei momenti di ozio, qualche cosa vi distrarrà dai pensieri del peccato”.».

Così è Nocera, fino a quando l’arrivo in paese di Michele, rompe il monotono ritmo della quotidianità: dei monelli che prendono a calci uno dei tanti porci liberi per  strada o del cafone sfatto dal caldo sole della Marina che si lascia trascinare appeso alla coda dell’asino!

Michele è un giovane laureato in Giurisprudenza che, dopo aver conseguito la laurea a Napoli, torna per un breve periodo di riposo a casa, per riabbracciare i cari e prospettare loro i progetti per il futuro. Chiaramente lontano dal paese che non ha niente da offrirgli, insieme all’amico di sempre, Nicola Caligiuri.

Michele, però, torna da Napoli con una coscienza nuova, formata tra i banchi universitari, i centri di cultura dell’antica capitale del regno e le sue numerose istituzioni culturali. Torna con idee libertarie e progressiste che cozzano sin da subito con quell’ambiente sudicio che puzza di miseria. L’ambientazione della narrazione riflette, amplificandolo, il malessere sociale degli anni della ricostruzione post terremoto del 1905.

Ad accoglierlo alla stazione del paese c’è il padre, Don Pietro Maria, che sogna per il figlio il posto in un ‘grande’ studio legale nella vicina Nicastro o a Catanzaro, dove i principi del foro discettano di questioni giuridiche. Ma Michele è subito distratto da altro.

Nel suo petto ardono gli ideali nobili della lotta di classe, della libertà, del lavoro, disatteso dalle meschinità del signorotto locale che ha trasformato tutti in schiavi, anzi in servi della gleba e che, con la sua banda di nobili, li costringe persino ad indebitarsi presso la loro cooperativa ‘Industriale’. È veramente un mondo ingannatrice, quello che gli si prospetta davanti quando, ricongiuntosi agli amici d'infanzia, intuisce che quel popolo oramai ha perso financo la speranza. E insieme ad una banda di scalmanati decide di fare la rivoluzione. Al suo fianco può contare Malocchio e Carlo Iomine che insieme a don Vincenzo Forestieri, antico e decaduto nobile e ora pittore e organista della Chiesa di San Giovanni, sono vittime di quella miseria collettiva e agognano quella libertà che Michele gli prospetta e che, senza mezzi, hanno già cominciato a cercare.

Nonostante non avessero più niente, forse neanche gli occhi per piangere!

Ci sono dense pagine di letteratura meridionalistica che stigmatizzano questa alterità: e la Nocera di inizio Novecento non si sottrae a tale cliché!

Michele non può rimanere insensibile al grido di dolore che si alza dal cuore dei poveri. Ora gli ideali studiati e dibattuti nelle accapiglianti discussioni napoletane sono diventati carne sotto i suoi occhi inerti! Quello è un chiaro invito alla lotta, a rimanere a non partire perché c’è la possibilità concreta che il movimento contadino non sia soltanto una teoria, ma una felice realtà che può inaspettatamente prendere forma nell’ultima terra del Sud, anche col favore iniziale delle tenebre.

Quell’oscurità che aveva paradossalmente gettato un nuovo raggio su quelle riviste e su quei libri che tanto pervicacemente ha studiato durante gli anni napoletani: idee che rischiarate dal fioco lume di casa Mastroianni diventano, improvvisamente, volti dimessi, coppole sporche, vestiti sudici e mani ruvide e callose.

Lì tutto ebbe inizio!

Da questo punto in poi, il racconto che si li scorre senza sussulti, cambia ritmo. Gli avvenimenti diventano più incalzanti e le pagine sono percorse da un fremito: come se qualcosa di importante dovesse accadere da un momento all’altro.

E qualcosa accade per davvero!

Michele è lo strumento attraverso cui le istanze popolari, la voglia di libertà, incanalata nei sentieri della legalità cerca di venire a galla, ritagliandosi uno spazio vitale, lacerando la cortina del silenzio e, soprattutto, diradando le nebbie della connivenza. Lo strumento scelto per l’azione è l'associazionismo cooperativo: che impone lo stare insieme, lavorare l’uno per l’altro e tutti per un solo grande scopo: migliorare le condizioni di vita, migliorare il volto autentico e genuino del paese.

Sarebbe stato troppo romantico un immediato lieto fine: ecco che le tenebre iniziali che avevano coperto i primi vagiti del movimento ora diventano schermo per la delazione. Un soffio leggero e penetrante che colpisce Michele alle spalle come una saetta avvelenata e lo costringe ad una forzosa latitanza. Ma è a questo punto che sempre da quelle tenebre balza fuori l’alter ego del protagonista: Pallottola!

In ogni paese di Calabria c’è un Pallottola (Puzzola): un uomo che vive al di sopra delle regole e della legge, con un passato torvo e senza storie da raccontare. Un autoemarginato ma con un senso alto e chiaro della giustizia, dell’onore e di un diritto fatto di poche ma chiarissime norme: il rispetto, la verità e la lealtà a qualunque prezzo. Pallottola è colui che si nasconde sotto il pesante mantello di flanella: nero come la notte senza luna ma che riesce ugualmente a penetrare nel buio coi suoi occhi felini per ricostruire la rete della delazione e obbligare i due cafoni di Campodorato alla ritrattazione.

Un contrappasso necessario se non si vuole pagare il fio della colpa con la vita! Parole pesanti quelle di Pallottola, che iniziano a gettare qualche luce sul nebuloso passato dell’amico di Michele.

Nel nascondiglio di Pietre Bianche Michele ha modo di riflettere: non può continuare a vivere da recluso ma deve ritornare e preparare tutti al massimo sforzo. Bisogna passare all’azione quella vera e costringere i nobili alla resa. È tempo di lotta di classe con azioni forti e senza alcun tentennamento.

E così viene murata la porta del Comune e, dopo qualche tempo, viene occupata anche la Piazza del Paese: due episodi forti che interrogano le coscienze dei cittadini, ma anche quelle delle autorità preposte al controllo del territorio! E i fatti rimbalzano da Nicastro a Catanzaro, sino a Roma, in Parlamento, dove il nome di Nocera corre di bocca in bocca e giunge sulla scrivania del Re. Così come accanto alle pagine narrative, testimoniano  i documenti ufficiali di prossima pubblicazione.

Un’azione forte e senza precedenti.

La trattativa fu molto travagliata, ma alla fine il marchese è costretto a cedere, la cooperativa vinto e i cafoni ottengono quella terra nera come le loro mani con cui possono finalmente impastare quel pane, anch’esso nero, con cui sfamare congiunti e affini.

Solo Pallottola non riesce a festeggiare quella vittoria perché investito dal ritorno poderoso del suo passato rimane immobile, a cavalcioni sullo steccato dell’accampamento, con una palla di fucile piantata nel cuore mentre, scoperto, cerca di darsi alla fuga!

Scrive Miriam Mafai che «il pane è l’alimento principe, la base della nostra alimentazione... Si inzuppa nel latte la mattina, si inzuppa nel sugo a mezzogiorno, si inzuppa nel brodo la sera, si inzuppa persino nel vino. Si mangia pane e marmellata, pane e pomodoro, pane e frittata, pane e olio, pane e verdura. Guai a giocare con il pane a tavola, guai a lasciarne vicino al piatto sbocconcellato, guai insomma a sprecarlo».

È storia d’amore e di morte quella raccontata in Pane nero. Ma è soprattutto storia di libertà!

 

Pane nero 1

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