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69665298 2563918800600651 3681656381426892800 nSe l’onorevole Morgari non poteva aver fiducia nel governo che accomodava le indagini scaturenti dalle interrogazioni parlamentari, come potevano averne nelle istituzioni i cittadini noceresi che, sostenuti dal vigore ideologico del nuovo leader, combattevano l’aspra battaglia contro il latifondo.

Del resto, a rileggere un po’ Giustino Fortunato e i grandi intellettuali della ‘Questione meridionale’ il peso dell’arretratezza risiedeva proprio in questo: nel fatto cioè che i baroni non si erano rimboccati le maniche come al Nord, reinventandosi imprenditori; ma continuavano a spremere le popolazioni locali ormai esauste, più della scura sansa dei loro trappeti!

Ha perfettamente ragione il fiorentino Romolo Caggese secondo il quale nei primi decenni del ‘900 il Mezzogiorno appariva come uno ‘sfasciume pietroso’! In cui nulla di buono più poteva attecchire, anche se a Nocera forse una speranza in più c’era. Lo hanno dimostrato – se ve ne fosse bisogno – le parole del deputato piemontese riportate nella scorsa puntata, lo racconteranno le carte (una per la verità) alla fine di questo pezzo a riprova che la lotta non era stata interrotta e quelli furono anni densi di avvenimenti. Il dibattito politico fu aspro e tra fazione borghese/aristocratica e opposizione popolare continuò senza sosta sino al progressivo raggiungimento degli obiettivi che il nuovo corso ‘rivoluzionario’ si era prefisso. Quando, cioè, le coscienze sarebbero state totalmente stravolte e il latifondo definitivamente (o quasi) abbattuto.

Ma per la scomparsa del latifondo si dovette attendere perché la nefasta parentesi del Ventennio frustrò i sogni liberatari dei cafoni terinesi (e quelli dei tanti cafoni di Calabria). Bisognò attendere nuovi leader e nuovi slanci ideali, alla fine del secondo grande conflitto mondiale, per ravvivare quella lotta che la violenza squadrista aveva imbavagliato ancora (ma forse ancora oggi nuove perniciose forme di latifondo si stanno imponendo e nessuno ci fa più caso).

Se dovessi individuare un episodio attorno al quale ricostruire l’identità nocerese non avrei alcun dubbio! Sceglierei questi primi moti per la conquista della terra per la loro linearità, per la prorompente dinamica che hanno avuto non solo come reazione alle vessazioni che promanavano dagli ultimi residui del feudalesimo, ma anche per la risposta immediata e solidale in tempo di calamità che non sviò il penetrante sguardo del movimento appuntato sulla necessità perequativa di un ordine sociale nuovo.

Chi fa storia lo sa bene: gli eventi sono figli delle idee e le idee sono figlie del tempo. E quello di cui si sta parlando è il tempo della grande fame, di una povertà annichilente acuita dalla forza destruente di ben due sismi che a distanza di 3 anni hanno gettato nello sconforto la popolazione locale e, praticamente, distrutto gran parte del paese. Le cronache ufficiali ci parlano principalmente dei monumenti, ma una penna fine e una coscienza vigile come quella dell’Arciprete Pontieri si spinge oltre e con pochi, ma essenziali, tratti delinea i contorni di una tragedia inenarrabile: «Tutte le altre case di Nocera, fuori di quelle che crollarono, restarono gravemente lesionate e più particolarmente quelle che sono rivolte verso il fiume Grande». Era la notte dell’8 settembre 1905. E il 28 dicembre di tre anni dopo (1908) un brivido freddo di terrore percorse nuovamente i noceresi: nuove crepe si aprirono in quelle mura, nuove e profonde fenditure ne laceravano gli animi ma non le coscienze.

Dal 1905 qualcosa di nuovo e incredibilmente affascinante, infatti, stava accadendo in paese. Un fremito di novità lo stava attraversando. E questo aveva ravvivato il confronto politico e, forse per la prima volta, il partito di maggioranza (borghese/aristocratico) era fronteggiato da una valida opposizione popolare.

Tutto questo stava accadendo dopo che le ultime picconate avevano portato al paese una civiltà nuova grazie alla carrozzabile che dal Fiume Bagni saliva per Martirano-Conflenti, riconnettendosi all’altezza di Fangiano con l’altra carrozzabile che saliva dallo scalo marino, quella – per intenderci – che il cavallo di Don Pietro Maria (del romanzo Pane Nero) percorre riportando a Nocera Michele, di ritorno da Napoli. E se storia e letteratura, ancora una volta, si intrecciano un motivo ci sarà.

Lo storico transalpino Joseph Bédier ha scritto che «Au commencement était la route» e, sulla strada, insieme agli uomini, viaggiano le merci ma, soprattutto le idee. E sulle nostre strade a inizio ‘900 viaggiavano idee progressiste e libertarie.

Del resto che la civiltà arrivasse, insieme ad altro, nei paesi dell’entroterra calabro nel primo ventennio del XX secolo è certificato da una memorabile pagina narrativa di un grande calabrese, Corrado Alvaro che nel suo Gente in Aspromonte a proposito di San Luca, così scrive: «Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina… i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro… Ma per poco ancora. Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

Alvaro dimostra di saper cogliere tutte le novità e i segni di trasformazione che quel mondo stava vivendo. Segni che erano visibili nel passaggio delle strade, nell’estendersi dell’istruzione, nell’emigrazione che aprì nuovi orizzonti a tanti calabresi e che certamente migliorò le condizioni economiche della regione. E, a Nocera, c’era qualcosa in più: la lotta dei contadini per la libertà che coincideva con la volontà di ritrasformare quella pietraia arsa (che era la regione) nel paradiso terrestre stigmatizzato molti secoli prima da Brunone di Colonia all’amico prevosto di Reims, Raoul il Verde: «Abito in un eremo situato in Calabria, e da ogni parte molto lontano dalle abitazioni degli uomini (…). Come posso parlarti adeguatamente di questo luogo, della mitezza e salubrità del clima e dell’ampia e bella pianura che si estende lontano tra i monti e racchiude praterie verdeggianti e pascoli smaltati di fiori? Come descriverti l’aspetto delle colline che dolcemente si elevano all’intorno e il recesso delle valli ombrose con l’incanto dei numerosi fiumi, dei ruscelli e delle fonti? Né mancano orti irrigui e svariati alberi fruttiferi».

Ma così non fu: ecco gli ulteriori fatti.

L’acredine tra il partito di governo e l’opposizione doveva essere abbastanza accentuata se il 17 dicembre 1908 il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno relazionava al Re sulla necessità di promuovere scioglimento del consiglio comunale di Nocera, di cui gli sottoponeva il decreto per la firma. Non erano poi tanto campate in aria le denunce ricordate nell’articolo precedente e certo non doveva respirarsi un’aria tranquilla nonostante la ieraticità di quegli uomini ripresi in piazza in una di quelle tante anonime domeniche di inizio secolo da qualche fotografo di passaggio. Immagini che sono state consegnate alla storia attraverso cartoline che da Nocera hanno raggiunto tutti gli angoli del globo.

C’era il fuoco vivo che covava sotto la cenere che ogni tanto esplodeva in pericolose agitazioni come l’occupazione della piazza che aveva prodotto nel luglio del 1907 un grave fatto di sangue.

Le elezioni dell’agosto successivo non modificarono il quadro politico locale, anzi permanevano le «notevoli scissure» favorendo lo stato di confusione amministrativa che conduceva ad un tracollo finanziario dell’ente e alle dimissioni dei nuovi eletti, paventandosi un pericoloso, e potenzialmente esiziale, scontro in seno alle fazioni politiche borghesi.

Le finanze dell’azienda comunale erano dissestate, i servizi inesistenti, la popolazione in fermento e l’organizzazione dei partiti completamente saltata.

Ecco perché per risolvere la situazione, nel dicembre 1908, si pensò di sciogliere il menomato Consiglio Comunale e procedere alla nomina di un regio commissario prefettizio nella persona del signor cav. dott. Giacomo Plunkett chiamato a mettere ordine nelle carte. Ma che, inaspettatamente, lasciò l’incarico dopo circa un mese.

Si tratta di una decisione di cui si ignorano ancora oggi le ragioni anche se la scelta del funzionario appare per lo meno bizzarra. Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett proveniva da un’analoga esperienza commissariale in Sicilia (a Lentini). E anche in quel caso non si era distinto per iniziativa ma soprattutto aveva difettato in coraggio se, come scrive Ferdinando Leonzio, «sia per la divisione persistente tra le consorterie borghesi, che per il timore di un’avanzata del gruppo socialista, …, esitò parecchio prima di indire nuove elezioni».

A Nocera, infatti, il 7 gennaio 1909 venne nominato regio commissario il sig. Damiani Giuseppe con l’onere di gestire la crisi e indire nuove elezioni. Elezioni che, secondo i dati raccolti dal compianto Ignazio Ventura, videro eletto dapprima Adolfo De Luca (1909) e, successivamente ma sempre nello stesso anno, Ventura Silvio di Eugenio poi rimasto in carica sino al 1913.

Cosa avvenne in quegli anni lo scopriremo insieme nelle prossime puntate.

 

 

Gazzetta Ufficiale del Regno n. 23 del 28 gennaio 1909.

Relazione di S. E. il ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri a S. M. il Re, in udienza del 17 dicembre 1908, sul decreto che scioglie il Consiglio Comunale di Nocera Terinese (Catanzaro).

Sire!

Nel Comune di Nocera Terinese le lotte vivacissime tra i partiti locali hanno dato luogo, negli ultimi tempi, ad agitazioni e tumulti, e nello scorso luglio anche ad un grave fatto di sangue.

Dalle elezioni generali del 16 agosto, necessarie per le dimissioni dell’intero Consiglio, si astenne il partito dell’amministrazione; notevoli scissure però si manifestarono ben tosto tra i nuovi eletti, i quali non tardarono a rassegnare il mandato.

Rinnovare le elezioni a così breve distanza dalle precedenti, sarebbe oltremodo pericoloso per l’ordine pubblico.

Occorre, invece, come ritenne il Consiglio di Stato, in adunanza delli 11 corrente, che, mediante una straordinaria gestione sia provveduto alla sistemazione della finanza e al miglioramento dei servizi, secondo i risultati di due recenti richieste, e sia addotta la calma nella popolazione affinché possano i partiti organizzarsi al solo intento del bene inteso interesse dell’azienda.

Mi onoro pertanto di sottoporre all’augusta firma di Vostra Maestà lo schema del decreto che scioglie quel Consiglio.

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro ministro segretario di Stato per gli affari dell’interno, presidente del Consiglio dei ministri;

Visti gli articoli 316 e 317 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato con R. decreto 21 maggio 1908, n. 269;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

Il Consiglio comunale di Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro, è sciolto.

Art. 2

Il signor cav. dott. Giacomo Plunkett (1) è nominato commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale ai termini di legge.

Il Nostro ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 17 dicembre 1908.

VITTORIO EMANUELE                                                                                                                                                                                                                                                  GIOLITTI.

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(1) Con R. decreto 7 gennaio 1909 è stato nominato regio commissario per il comune di Nocera Terinese il sig. Damiani Giuseppe, in sostituzione del cav. Dott. Giacomo Plunkett.

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