• images/FOTO_HOME/01.jpg
  • images/FOTO_HOME/02.jpg
  • images/FOTO_HOME/03.jpg
  • images/FOTO_HOME/04.jpg
  • images/FOTO_HOME/05.jpg
  • images/FOTO_HOME/06.jpg
  • images/FOTO_HOME/07.jpg
  • images/FOTO_HOME/08.jpg

Il giorno dei morti è giorno di dolore. Quello in cui tutti ripensano agli affetti che non ci sono più e che da lassù vegliano il peregrinare terreno di chi rimane.

Il giorno dei morti, il 2 novembre, è anche il giorno della memoria!

Con esso ha termine una delle tante e suggestive liturgie che scandiscono l’anno liturgico paesano: quest’ultimo (2020), in particolare, vissuto in tono minore a causa delle limitazioni imposte dalle ordinanze governative e regionali tese a contenere le ondate pandemiche. Oggi, insomma, termina il novenario, quello che, quand’ero bambino e indossavo la veste di chierichetto, Don Alfredo, leggeva con voce possente e ferma da un vecchio quaderno manoscritto la cui copertina era avvolta in un foglio di carta da imballaggio.

A distanza di anni ho appreso che quel quaderno, vergato dal parroco Ortensio Belsito nel 1914, conteneva l’ufficio divino della congrega dei morti: una delle tante congregazioni post-tridentine attive nel nostro paese. La congrega dei morti (o del Suffragio) operava nella chiesa di San Martino e probabilmente, sin dal XVII secolo, si occupava della mensa pauperum fondata da Mons. Tommaso Calvo, vescovo di Tropea tra il 1593 e il 1613.

Di questa congrega pubblicai qualche anno fa (primavera del 2003) lo statuto e le regole confraternali precedute da un ‘Cenno Istorico’ introduttivo che qui ripropongo per far si che quel patrimonio di memoria e la fatica profusa nella ricerca, non vada dilapidata:

«Per tradizione de’maggiori di questo predetto Comune si conosce a stento (qualche problema di memoria lo avevano anche allora, sic!) che la Chiesa attualmente addetta a Congrega sotto il titolo di Santa Maria del Suffragio, un tempo (circa un ventennio prima, sic!) trovavasi addetto a Parrocchia sotto il titolo di San Martino e veniva governata da un Parroco; quando i Parrochi del menzionato Comune risolvettero di riunirsi in una sola chiesa (porzione), cioè nella Matrice sotto gli auspici di S. Giovanni Battista. Rimasta la prima senza curato, si pensò elevare a congrega dandogli il titolo di Chiesa del Suffragio, come dalle regole e dal regio exequatur, dove si eseguono religiosamente tutte le varie funzioni in Suffragio delle Anime del Purgatorio, come si rileva dalle cennate regole, mantenendosi così la pietà dei fedeli al canto divino. Altro non si è potuto rilevare nella compilazione di essa, mentre è molto rimota, è del 1777 un provvedimento di regio exequatur».

Già allora, come oggi, era difficile conservare la memoria della storia del paese e delle sue istituzioni, scriveva l’inquisitore nell’introdurre il fascicolo di inchiesta a proposito della Congrega dei morti. E oggi come allora, le liturgie confraternali contribuiscono ad alimentare la pietà dei fedeli e, sebbene in forma residuale, fa sentire la sua eco a circa cent’ottanta anni da quelle note.

Ancora oggi è possibile ascoltare il suono delle antiche preci in suffragio dell’anima dei morti inframezzate dal canto della giaculatoria: «Quelle figlie e quelle spose son tanto tormentate. Gesù che voi l’amate, suffragatele per pietà». Che noi, da veri monelli, volutamente storpiavamo in «…son tanto addormentate…».

La novena dei morti non era soltanto questo però.

In senso lato essa era un denso momento di socializzazione in cui si coltivavano passioni amorose che esplodevano al caldo sole della Pasqua. Era il momento in cui si ritrovava, tutti insieme, in una chiesa gremita in ogni ordine di posti e si intrecciavano relazioni amicali, spesso indissolubili. Era un momento atteso che scandiva, passata l’estate, l’attesa del Natale: e durante il novenario si faceva a gara per cantare con le suore, per servire la messa: si correva via di casa al primo rintocco della campana lasciando ogni opera a cui si era intenti perché prima di tutto veniva il senso della comunità.

Poi qualcosa si è rotto.

Oggi è una pena vedere, attraverso le foto postate in rete, quei banchi parzialmente vuoti a causa del CoVid, parzialmente vuoti a causa dell’indolenza e dell’apatia, parzialmente vuoti perché non esiste più alcuna idea di paese (se non nella mente di qualcuno soltanto).

Quell’incanto e quell’armonia si sono perse e se non si corre presto ai ripari – mi rivolgo a tutte le donne e agli uomini di buona volontà che sono rimasti – si perderà molto altro ancora, magari di più prezioso.

Occorre ritornare a coltivare la memoria collettiva ed individuale, senza mistificazioni, per farla sedimentare nel presente e consegnarla alle generazioni future.

Mi rendo conto d’aver esemplificato al massimo, quasi banalizzandolo, il problema ma credo, più che mai, che sia necessaria una riflessione quanto più possibile ampia e condivisa perché sino ad oggi alcuni solisti hanno fatto e continuano a fare soltanto danni!

 

Antonio Macchione

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione