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Continuiamo l’itinerio di riproposizione dei canti amorosi del nostro passato:

Chiavuzza de stu core fida, ferma / Dilicateddhra mia cchiu de la parma, / Iu t’haiu amatu cumu petra ferma, / Iu criu ca su tue core non m’inganna; / la gente tra de nue mintenu guerra; / tenetilla cu mia, chine parre parre. / Tannu ti lassu iu, gioiuzza mia, / quannu muartu sugnu sutta terra.

Chiave del cuore, fidata e salda, ma anche delicatissima e pura più della palma il cui esile fusto oscilla sotto le violente raffiche di vento. Io ti ho amato e ti amo sì saldamente che il nostro rapporto si fonda su solide fondamenta.

Numerose sono le metafore che si intrecciano nei versi iniziali della canzone quando l’amata è paragonata all’unico chiavistello che apre le porte del cuore dell’amato, rievocando versi assai noti del Cantico dei Cantici: “Il mio diletto ha messo la mano nello spiraglio della porta e un fremito ha sconvolto le mie viscere”, con tutto l’apparato di richiami allusivi alla sfera sessuale che ne consegue.

In questo caso, però, non si tratta di un amore volgare in cui l’unione dei corpi e la sola prospettiva possibile ma si è in presenza di un rapporto depurato da ogni doppio senso che si connota per la saldezza del cuore e della virtù. La palma, in questo senso, diventa segno di un martirio che evoca l’attentato di forze ostili alla verginità integrale dell’amata il cui sacrificio con la conseguente effusione del sangue per la vita si potrà consumare soltanto nel talamo nuziale. Il richiamo, in questo caso, non può che essere, allora, quello all’iconografia cristiana in cui sante martiri come Caterina d’Alessandria o Lucia da Siracusa vengono rappresentate con la palma in mano per aver mantenuto salda la virtù dinanzi all’insidia dei pagani: non solo la virtù fisica ma, soprattutto, quella del cuore.

Il canto continua con la celebrazione di un amore solido, che affonda le proprie radici nella roccia come sottolinea una nota pericope evangelica in cui il timorato di Dio, al contrario dello stolto, costruisce la propria casa sulla roccia perché sa che nonostante straripino i fiumi e si abbatta la tempesta, quella casa rimarrà salda e incrollabile! Così come l’amore che non può essere affatto scalfito dalla maldicenza di chi pone il tarlo del dubbio tra i due innamorati. E forse proprio per questo il canto è stato composto!

Ai tentennamenti dell’amata, dubbiosa e fiaccata dalla sfiducia, l’amato prova a calmare l’intimo palpito mostrandosi vicino e soprattutto premuroso oltre che follemente innamorato, assicurandola del fatto che lui non la abbandonerà mai, qualsiasi cosa accada!

E non la lascerà mai perché essa è la sua piccola gioia in una vita di stenti; un sorriso in mezzo a tanto dolore; un porto sicuro nella tempesta in cui trovare pace e riposo. Per questo, al lei, non si può non giurare che amore eterno, poiché, come rivela ancora un versetto del Cantico dei Cantici: “forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, le vampe di Jhwh!”. Neppure le acque del diluvio possono travolgere la purezza di quel sentimento e tutto l’oro del mondo non basterebbe a corromperlo, asservendolo a bassi istinti.

Un tempo, e in parte ancora oggi, l’innamoramento si declinava attraverso la schermaglia amorosa fatta di queste velate allusioni ed esplicite (ma più caste) certezze, mentre montavano gli elementi ostativi instillando, malignamente, il tarlo del dubbio. Del resto, si sa che la calunnia è un venticello leggero, quasi impercettibile, ma assai devastante. E tanti amori sono falliti a causa di questo vento in una società nella quale l’apparire conta – ahinoi – più dell’essere!

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