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Siamo nella Nocera del 1611: Padre Antonio da Paterno, forse visitatore nel Convento dei Cappuccini di Nocera, registra testimonianza di una antica controversia che vende coinvolto un signorotto locale scagliatosi contro la giovane famiglia dei frati cappuccini, che si erano da poco stanziati sulla collina che sovrasta il paese.

A raccontare la vicenda, via vocis oraculo, come si diceva, era tale Marco da Gaeata, un laico dimorante nel convento nocerese (probabilmente un converso), che aveva abbracciato 'la regola' da 32 anni circa.

L'astio era di antica data (1583) e oltre al furto dell'acqua dei monaci ('a prisa i monaci) si concretizzava in un continuo mormorio contro i santi uomini di Dio che tuttavia desistevano dal controbattere. Tuttavia, a scatenarsi contro il malcapitato fu l'ira divina che, in poco meno di un mese, lo toccò nell'osso (come successe anche a Giobbe) privandolo degli affetti più cari.

Sicché, desolato e affranto, il gentiluomo per riappacificarsi col cielo, il Santo Padre Franceso e Sant'Agostino, fece ammenda cominciando a beneficare i santi monaci e riconciliandosi con loro:

«Il Padre fra Marco da Gaeta laico vecchio d’anni trentadui nella religione, con giuramento riferisce qualmente circa gli anni del Signore 1589 stando lui di famiglia nel nostro luogo di Nocera, era in detta terra un gentil’huomo, il quale, perché passava per la sua possessione l’acqua che veniva al luogo dei frati, era tanto concitato contro i poveri frati, et gli avea presi così soprastomaco, che non faceva mai fine di mormorare qualunque volta le veniva l’occasione, maledicendo il giorno e l’ora che i Capoccioni vennero ad abitare in quella Terra. Le quali tutte cose i frati sentivano, et sopportavano con patientia, aspettando che la divina paterna mano correggesse un lor sì aperto nemico; la quale invero non fu tarda, ma in maniera si stese sopra il capo del suddetto gentil’huomo, che oltre infinite disgrazie, toccandolo più al vivo, in un mese li fè perdere con la morte dei suoi più cari, la moglie il figlio et la madre; qual tocco risentendo il misero, et accortosi del suo errore se n’andò nel monastero et chiamati li frati, piangendo et lacrimando, si buttò inginocchioni innanzi a loro, dicendo: "Padri, dico la mia colpa dell’ingiurie et offese fattivi per l’addietro, vi prometto buona emenda per l’avvenire, piacciavi perdonarmi et pregare il Signore, et il Padre S. Francesco che mi lievi di sopra la mano ultrice; già un altro gentil’huomo fui castigato da S. Agostino, pochi giorni fa, perché offendeva i suoi frati; adesso S. Francesco flagella me, perché son stato nemico dei frati suoi". Li frati l’accolsero benignamente, et pregorno di buon cuore il Signore per quello loro adversario, il quale per l’avvenire divenne molto divoto et benefattore dei frati né li fece per il passato tanto male, quanto per l’avvenire li fece del bene».

L'episodio, al di la dell'intento parenetico, stigmatizza una situazione di notevole disagio per l'istituzione monastica costretta a subire le angherie delle aristocrazie locali e l'ostracismo nel godimento di un diritto legittimo. Così come avveniva anche ai frati agostiniani di Campodorato (come si apprende dalla stessa carta) e a quelli di San Francesco come si avrà modo di raccontare altrove.

Che la faccenda fosse particolarmente delicata e di  difficile risoluzione ce lo dimostra la copia autentica di atto pubblico coevo col quale si stabilisce, pena il pagamento d’una multa di venti carlini, l’esclusivo uso dell’acqua sia da parte dei Frati Cappuccini sia dei Minori Conventuali, i cui possedimenti erano siti poco più a valle del Cenobio cappuccino. La vertenza iniziata intorno al 1583, si era protratta per oltre un biennio (1585) pur se qualche turbativa continuò almeno sino al 1589 quando sembrano placarsi definitivamente le molestie.

«Frater Joannes Magister Forarius (sic) Alfaran, Guberantor Baliatus S. Eufemia. Alexander Pintais Capitanus Terre Nuceriae et seu Magnifico Gerolamo De Luca Locumtenens.

Significamo a tutti Frati Giurati, tutti servienti di questa Corte, qualmente al ricevere della presente se voglia conferire ne luoghi publici soliti e consueti di detta Terra, et in quamlibet buttar bando et riferire siccome noi per questo ordiniamo, et comandiamo che nessuna persona presuma né ardisca di deviare l’acque quale va alli Monasteri dè Capoccini et S. Francesco di Assisi di questa terra, ne quella divertere in loro comodità, ma lasciarla passare per l’acquidotto ordinario che passa detta acqua per potersene servire detti Monasteri, in beneficio dè quali è stata detta acqua; e non si facesse da nessuno il contrario sotto pena de’ carlini quindici per ciascheduna volta, che la devieranno, di applicarseli alla Balial Corte. Datum Nucerie die primo di Giugno 1585. De Luca Locumtenens. Nicolaus Nano Actuarius.

Banno che nessuno devii l’acque che vengono alli Monasteri de’ Capoccioni e di S. Francesco. Die vero Mensis Iunii 1585, Nuceriae. Franciscus Buccy (Sic) Serviens cum juramento retulit mihi subscricto actuario hodie predicto die retroscriptum bannum ut jacet pubblicasse et praeconitasse (sic) per totam, terram Nuceraie alta et intelligibile voce more preconis ut juris et moris modo et forma sibi commissis presentibus pro testibus Magnifici Joanne Aloisio de Castellis, Aloisio Micheja, Joseph de Alvio, Jerolimo Pirilla et Aloisio Galletta et aliis et in fidem».

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